ULTIME LETTURE

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AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION

DSM-5. Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali

Raffaello Cortina Editore

€ 129,00

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Vi è stata molta attesa sul modo con cui il DSM-5 sarebbe riuscito a migliorare le sorti delle precedenti edizioni. La decisione di iniziare a lavorare al DSM-5 fu presa dall’APA nel 1999, e in sèguito fu nominata una task force guidata da David J. Kupfer (con Darrel A. Regier come vicecapo) costituita da 13 gruppi di lavoro. Il 10 febbraio 2010 l’APA ha ufficialmente pubblicato su Internet – al sito http://www.dsm5.org – una bozza provvisoria del DSM-5, elencando i criteri diagnostici, il loro razionale, i dati di ricerca che li sorreggono, il paragone col DSM-IV, ecc., affinché i ricercatori potessero inviare commenti o suggerire modifiche (questo era possibile entro il 20 aprile 2010, dopo di che il sito è rimasto solo visibile, senza poter più inviare commenti). Una seconda bozza del DSM-5 è uscita ai primi di maggio 2011, con la possibilità di inviare commenti fino al 15 giugno 2011. Il 1 dicembre 2012 il “comitato dei garanti” (board of trustees) dell’APA ha ufficialmente approvato il DSM-5, che è uscito nel maggio 2013, dopo vari rinvii della pubblicazione che era stata già annunciata per il 2011 e il 2012. Tra le varie novità contenute nella prima bozza del DSM-5 vi era l’eliminazione di cinque disturbi di personalità (Paranoide, Schizoide, Narcisistico, Istrionico e Dipendente, che erano stati sostituiti dalla specificazione di tratti di personalità, secondo una logica dimensionale; il Disturbo Narcisistico fu poi reintrodotto perché la sua eliminazione aveva suscitato troppe polemiche), l’accorpamento della Sindrome di Asperger (che è una forma lieve di autismo) all’interno dei “Disturbi dello spettro autistico”, l’introduzione di una “Sindrome da rischio psicotico” (che fu poi ritirata per le polemiche suscitate), l’eliminazione del sistema multiassiale (come abbiamo già detto), l’abbassamento della soglia di molti disturbi (come vedremo è questo uno dei problemi principali), ecc.
Le prime reazioni a questa bozza sono state estremamente critiche, ed è per questo motivo che è stata rimandata la pubblicazione più volte. Tra le tante proteste vanno segnalate le dure reazioni di Robert Spitzer e di Allen Frances, molto autorevoli perché sono stati i capi delle Task Force dei due precedenti DSM, rispettivamente il DSM-III e il DSM-IV (ho fatto pubblicare due loro interventi critici in italiano sul n. 2/2011 di Psicoterapia e Scienze Umane, in una sezione intitolata “Guerre psicologiche: critiche alla preparazione del DSM-5”: Spitzer & Frances, 2011). Si vedano ad esempio alcuni contributi di Allen Frances (2010a, 2010b, 2010c, 2010d, 2010-13, 2013a, 2013b, ecc.), e il dibattito alla televisione americana PBS il 10 febbraio 2010 tra Allen Frances e Alan Schatzberg (allora presidente dell’APA), visibile su Internet (Frances & Schatzberg, 2010), e inoltre la presa di posizione congiunta di alcuni dei più prestigiosi ricercatori, teorici e psicoterapeuti di diverso orientamento (Shedler, Beck, Fonagy, Gabbard, Gunderson, Kernberg, Michels e Westen), di critica alle proposte di revisione dei disturbi di personalità nella bozza del DSM-5, pubblicata sull’American Journal of Psychiatry (Shedler et al., 2010); voci di protesta da parte di esponenti di scuole diverse sono sorte anche dall’Italia (Lingiardi et al., 2011). Vi è stata una tale pioggia di lamentele che l’APA si è vista costretta a nominare una commissione di vigilanza con l’incarico di valutare la qualità delle prove in favore delle proposte del DSM-5 (Spitzer & Frances, 2010).
La letteratura critica sul DSM-5 è ormai sterminata, impossibile da citare interamente (molto utile è il sito Internet curato da una inglese, Suzy Chapman: www.dxrevisionwatch.com/dsm-5; segnalo anche il n. 357/2013 della rivista di filosofia aut aut, dedicato alla diagnosi). Sintetizzo alcune delle critiche. Già Frances aveva amaramente notato come il DSM-IV, di cui aveva guidato la task force, aveva fatto salire alle stelle i dati epidemiologici di diverse malattie, ad esempio quelle di autismo e di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD), e queste “epidemie” avevano favorito una crescente tendenza a far passare molte difficoltà della vita per malattie mentali da trattare con farmaci. I disturbi dell’umore nell’infanzia e nell’adolescenza, ad esempio, erano aumentati di 40 volte, generando una pericolosa impennata di prescrizioni farmacologiche per i bambini, anche di appena 3 anni (a volte vengono prescritti farmaci antipsicotici, ritenuti indicati in certe forme bipolari). Nella bozza del DSM-5 troviamo nuove malattie quali “Disturbo da accumulo”, “Dermatillomania” e, come nuove etichette per i bambini come “Disturbo dirompente da disregolazione dell’umore”, ecc.
Riguardo alla proposta di una nuova diagnosi di “Sindrome da rischio psicotico”, è stato fatto notare che non solo è ingiustificata, ma che avrebbe anche l’effetto di “psichiatrizzare” inutilmente numerose persone per far aumentare la vendita di farmaci antipsicotici. Tra l’altro, gli antipsicotici di ultima generazione (i cosiddetti “atipici”) non solo sono molto costosi, ma inducono obesità e non prevengono veramente l’insorgenza della psicosi, senza contare che i test per predire lo sviluppo futuro di una psicosi non sarebbero attendibili (secondo alcuni autori solo una piccolissima percentuale di giovani diagnosticati come “futuri schizofrenici” svilupperà la malattia). Gli studi sul cosiddetto “rischio psicotico” poi sono stati condotti prevalentemente da un solo gruppo di ricercatori, quello guidato dall’australiano Patrick McGorry, contestato da molti; mi è capitato di vedere una intervista a un giovane “candidato schizofrenico” secondo i test di McGorry e devo dire che sono rimasto molto colpito dal fatto che questo ragazzo mi sembrava affetto da disturbi lievissimi (aveva solo qualche spunto di riferimento sensitivo o poco più), mai avrei detto che potrebbe diventare schizofrenico. Per la verità, la cosa che mi ha colpito ancor di più è il modo con cui era condotta l’intervista: consisteva in una serie di domande a raffica sui possibili sintomi che aveva, senza lasciarlo parlare, praticamente impedendogli di esprimersi, di dire la sua, sembrava un interrogatorio della polizia. Rimasi rabbrividito e pensai che questa intervista andrebbe mostrata agli studenti per imparare come non va fatto un colloquio psichiatrico (ma questo è un altro discorso, riguarda più in generale il modo con cui viene praticata la psichiatria oggi [vedi a questo proposito Migone, 2009a]). Fortunatamente questa nuova diagnosi di “Sindrome da rischio psicotico” fu poi ritirata per le tante critiche ricevute (ma rimane nel manuale in un’altra sezione come diagnosi da sottoporre a ulteriori studi).
Il DSM-5 produrrebbe insomma una esplosione di nuove diagnosi e a una medicalizzazione in massa della normalità che sarebbe una miniera d’oro per l’industria farmaceutica (vedi Carlat, 2000; Moynihan & Cassels, 2005; Whitaker, 2010). Questa tendenza è ben documentata da un importante saggio della prof.ssa Angell (2011) – che insegna ad Harvard e non si può dire sia l’ultima venuta perché tra le altre cose ha diretto quella che viene considerata la più importante rivista medica del mondo (il New England Journal of Medicine) – intitolato “L’epidemia di malattie mentali e le illusioni della psichiatria” (l’ho fatto uscire in italiano nel n. 2/2012 di Psicoterapia e Scienze Umane), in cui traccia un quadro impietoso dello stato attuale della psichiatria e dei pesanti condizionamenti delle case farmaceutiche. È molto istruttivo anche il bel libro di Horwitz & Wakefield (2007) The Loss of Sadness. How Psychiatry Transformed Normal Sorrow into Depressive Disorders (“La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato il normale dolore in un disturbo depressivo”), che mostra l’impoverimento dei significati della vita a causa della “psichiatrizzazione” dei nostri sentimenti quotidiani di tristezza, i quali invece sono a volte adattivi, segnali importanti che non vanno eliminati o curati con farmaci. E non va dimenticato che l’efficacia dei farmaci antidepressivi è limitata, infatti in molti studi si è rivelata non tanto diversa dal placebo (vedi Migone, 2005, 2009b; Kirsch, 2009), e una diffusione del loro uso fa in modo che l’impoverimento dei significati della nostra vita sia inversamente proporzionale all’arricchimento delle case farmaceutiche. Di Wakefield (2010) va segnalato anche l’importante articolo “Patologizzare la normalità: l’incapacità della psichiatria di individuare i falsi positivi nelle diagnosi dei disturbi mentali”, che mostra come il DSM-IV non sia assolutamente riuscito a eliminate le diagnosi “false positive”. Nonostante lo sbandierato rigore scientifico, insomma, gli psichiatri non saprebbero distinguere in maniera rigorosa una malattia dalla normale sofferenza quotidiana. Un aumento di diagnosi farebbe crescere anche lo stigma della malattia mentale, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) da anni si sforza di combattere con campagne di sensibilizzazione.
Si può dire che uno dei motivi per cui nel DSM-5 vi è stato un generale abbassamento delle soglie dei disturbi mentali è dovuto anche al fatto che si è cercato di introdurre un approccio dimensionale, e in questo modo marcare una differenza dal DSM-III e dal DSM-IV che erano basati sull’approccio categoriale e che per questo erano stati criticati. Infatti l’approccio dimensionale, che concepisce le malattie come distribuite lungo continuum di determinate variabili (quali ad esempio umore, ansia, ecc.), viene considerato molto più corrispondente alla realtà clinica. Però, nel caso del DSM-5, l’approccio dimensionale è servito, per così dire, un po’ come “cavallo di Troia” col quale si è introdotto il concetto di “spettro”, ed è questo che ha favorito un ampliamento dei confini delle malattie, cioè un abbassamento delle soglie tra “salute” e “malattia”.
Bob Spitzer, capo della task force DSM-III, era ben consapevole di questi problemi e, come si è detto, si è unito a Frances in una campagna di sensibilizzazione contro la bozza del DSM-5. In questa campagna sono state raccolte più di 15.000 firme, e Frances ha fatto conferenze in vari Paesi (io stesso gli ho organizzato in ciclo di conferenze in varie città italiane, una anche per gli abbonati di Psicoterapia e Scienze Umane, vedi Frances, 2011). Spitzer (che tra l’altro è autore della prefazione del libro di Horwitz & Wakefield [2007] sulla “perdita della tristezza”, cui si è accennato prima) ha pubblicamente condannato l’APA per avere obbligato i membri della Task Force del DSM-5 a firmare una promessa scritta di mantenere la riservatezza su quello che stavano facendo (Spitzer, 2011). Va ricordato che vi erano problemi anche col DSM-IV, infatti è stato dimostrato che più della metà degli autori del DSM-IV aveva legami finanziari con l’industria farmaceutica (Cosgrove et al., 2006).
Frances (2010c) aveva fatto anche notare che il progetto dei field trials (le “prove sul campo” per testare la bozza del DSM-5) non solo sarebbe stato enormemente costoso (poteva arrivare ai  2-3 milioni di dollari) perché prevedeva 3.000 soggetti, 3 valutazioni per soggetto, 10 differenti centri, la videoregistrazione del 20% delle interviste, ecc., ma non essendo stati risolti gli importanti problemi a monte (la bassa validità, i falsi positivi, ecc.), e non potendo fare correlazioni col DSM-IV data la diversità della struttura dei manuali, non avrebbe dato risultati importanti e non avrebbe permesso di studiare bene i dati di prevalenza. Inoltre non è stata data alcuna priorità alla armonizzazione del DSM-5 con l’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, previsto per il 2015. Anche il testo del DSM-5 lascia molto a desiderare (non è chiaro, ha un pessimo editing, ecc.), ed è importantissimo il modo con cui è scritto il manuale, dato che sarà utilizzato come punto di riferimento da molti; nell’esperienza fatta da Frances col DSM-IV, la stesura del testo si rivelò uno dei compiti più lunghi e difficili, motivo in più per cui era necessario lavorare meglio anche su questo aspetto.
La psichiatria insomma sta attraversando un momento difficile riguardo alla diagnosi (vedi Decker, 2010, per una riflessione da un punto di vista storico), come è testimoniato anche dal recente “manifesto” di 29 psichiatri inglesi pubblicato sul British Journal of Psychiatry (Bracken et al., 2012) sulla crisi dell’attuale paradigma “tecnologico” della psichiatria, in cui viene sottovalutato il ruolo della relazione interpersonale tra medico e paziente, ridotto al minimo il tempo della visita specialistica, ecc. (ho fatto uscire questo articolo sul n. 1/2013 Psicoterapia e Scienze Umane, perché mostra bene un trend che c’è orami da qualche anno).
Alcuni ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti (Miller, 2010), dal canto loro, stanno lavorando per rispondere alla crisi dei DSM cavalcando l’estremo opposto dell’approccio descrittivo, cioè per identificare nuovi modi di classificare i disturbi mentali basati su precisi circuiti neurali chiamati Research Domain Criteria (RDoC). Sono già stati identificati cinque di questi “dominii” di funzionamento mentale, e l’ambizione di questo progetto dell’NIMH è quello di correlare questi circuiti neurali alla pratica clinica (rimando a Migone, 2010b, pp. 58-59). Inutile dire quanto sia prematuro e illusorio percorrere questa strada, che renderebbe la psichiatria ancor più tecnologica e in questo senso, anche alla luce dei dati di ricerca riportati da Bracken et al. (2012), meno efficace.
Accenno brevemente ora al disturbo borderline, un disturbo di cui si parla tanto, da decenni ormai, e che ad alcuni è sembrato quasi che possa caratterizzarsi come secondo grande paradigma della psicoterapia, dopo quello dell’isteria che ha caratterizzato la prima fase della storia della psicoanalisi. In realtà lo statuto teorico e clinico del disturbo borderline è quanto mai incerto, e questo è vero sia nella psicoterapia sia nella psichiatria (include ad esempio almeno tre diversi cluster psicopatologici che fanno riferimento, rispettivamente, alla impulsività, all’umore e alla identità). Per fare un esempio, il recente PDM, cioè il Manuale Diagnostico Psicodinamico, proposto dal movimento psicoanalitico nel 2006 (PDM Task Force, 2006; per una presentazione, vedi Migone, 2006) ha deciso di togliere questa categoria diagnostica, rendendo il termine “borderline” solo un indicatore di gravità di tutti i disturbi di personalità (seguendo quindi, in sostanza, l’approccio di Kernberg). Il DSM-5 ha mantenuto la diagnosi di disturbo borderline, ma non è stata una scelta indolore, come mi ha confermato Andrew Skodol, che è capo del gruppo di lavoro sui disturbi di personalità all’interno della task force del DSM-5 e che conosco da tempo (nei primi anni 1980, quando lavoravo negli Stati Uniti, mi aiutò a completare una revisione della letteratura sul DSM-III, che fu la prima a uscire a livello internazionale [Migone, 1983]): Skodol mi ha detto che questa diagnosi avrebbe dovuto essere tolta dal DSM-5, ma lui non ha osato toglierla perché avrebbe rischiato che qualcuno, letteralmente, lo “uccidesse per strada” (troppi infatti sono ormai gli interessi su questa diagnosi, vi sono istituti, fondazioni, tecniche terapeutiche manualizzate, finanziamenti, ricercatori che hanno impostato la loro carriera su questo disturbo). Ne aveva fatto le spese il disturbo istrionico, peraltro molto simile al disturbo borderline ed eliminato dalla prima bozza del DSM-5 (entrambi presentano tentativi di suicidio, instabilità emotiva, ecc.).
Ma le cose non sono finite qui, perché si è combattuta fino all’ultimo una dura battaglia per decidere la sorte dell’Asse II (anzi, dei disturbi di personalità, infatti, come si è detto, il sistema multiassiale purtroppo scompare dal DSM-5). La lotta interna era stata così dura che, ad esempio, nell’aprile 2012 Roel Verheul e John Livesley si sono dimessi dal gruppo di lavoro sui disturbi di personalità per protesta contro le scelte che venivano prese (Verheul e Livesley sono due ricercatori molto prestigiosi, tra l’altro gli unici due non statunitensi di questo gruppo di lavoro) (Frances, 2012a). Ebbene, questa battaglia si è conclusa con una grossa sorpresa: la Commissione di vigilanza dell’APA è intervenuta e ha deciso che il sistema dimensionale nella classificazione dei disturbi di personalità del DSM-5 andava abbandonato (perché troppo complesso e difficile da usare per il clinico) e che bisognava tornare alle vecchie dieci categorie del DSM-IV. Tutti i disturbi di personalità che erano stati eliminati sono stati reintrodotti; la proposta di approccio dimensionale per i disturbi di personalità è stata comunque pubblicata nel DSM-5, ma in una sezione separata, la Sezione III (“Emerging Measures and Models”), e col titolo “Alternative DSM-5 Model for Personality Disorders”, cioè come un “modello alternativo” per i disturbi di personalità. L’abbandono della originaria classificazione dimensionale dei disturbi di personalità mi sembra una ulteriore prova della cattiva conduzione della task force del DSM-5, che ha buttato via molte energie, tempo e denaro senza prevedere che stava facendo scelte che poi avrebbe dovuto ritirare.
Quindi, nonostante tutte queste criticità, e nonostante appaia ovvio che il DSM-5 non era ancora pronto, esso è stato comunque pubblicato nel maggio 2013 (l’edizione italiana è prevista per i primi mesi del 2014 presso l’editore Raffaello Cortina di Milano). Ma dietro alle pompose parole dell’annuncio di Dilip Jeste, attuale presidente dell’APA, è celata una realtà ancor più amara. Come il presidente dell’APA ha confessato ad Allen Frances (2012, comunicazione personale), il manuale non era pronto e la sua pubblicazione in teoria avrebbe dovuto essere ancora posticipata, ma l’APA non poteva permetterselo: vi sono state troppe spese (per il DSM-5 sono stati spesi 25 milioni di dollari, mentre Frances aveva speso “solo” 5 milioni di dollari per il DSM-IV), molti psichiatri americani per protesta si erano dimessi dall’APA per cui sono anche venuti a mancare gli introiti delle loro iscrizioni, si è creato un grosso deficit di bilancio e l’unico modo per evitare la bancarotta era pubblicare il manuale subito e rifarsi con gli enormi introiti che produrrà. Come è successo per le precedenti edizioni, i guadagni ricavati dalla vendita dei diritti del manuale, che verrà tradotto in tutte le lingue del mondo, saranno immensi (non a caso, la bozza del DSM-5 è stata tolta dal sito Internet dell’APA allo scopo di aumentare le vendite).

Per terminare, elenco quelle che secondo Allen Frances (2012d) sono le undici diagnosi del DSM-5 che creeranno maggiori danni:
1) Disturbo di disregolazione dirompente dell’umore: gli scatti di rabbia diventeranno un disturbo mentale, e coloro che ne patiranno di più saranno i bambini ai quali verranno dati dei farmaci. Già negli anni scorsi, come si è detto, avevamo assistito a tre “mode”:  il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) che era aumentato tre volte, l’autismo che era aumentato venti volte, e il disturbo bipolare infantile che era aumentato ben quaranta volte. Questa nuova diagnosi di disregolazione dirompente dell’umore può essere una quarta moda che ci accompagnerà nei prossimi anni.
2) Il normale lutto diventerà Depressione maggiore, facendo prendere farmaci inutili a tante persone che hanno perduto una persona amata e impoverendo i significati della loro vita.
3) Le normali dimenticanze e debolezze cognitive della vecchiaia verranno diagnosticate come Disturbo neurocognitivo minore, creando falsi allarmi e sofferenze in persone che non svilupperanno mai una demenza vera e propria, e anche in quelli che la svilupperanno dato che non vi è terapia per questo “disturbo”.
4) La diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) dell’adulto subirà una ulteriore ascesa, con aumento dell’abuso di stimolanti nel mercato parallelo delle droghe da strada.
5) A causa dell’abbassamento della soglia dei criteri del Binge Eating Disorder (Disturbo da alimentazione incontrollata), abbuffarsi di cibo dodici volte in tre mesi non sarà più segno di golosità o disponibilità di buon cibo, ma di malattia mentale.
6) Contrariamente a quanto si era pensato per il fatto che veniva introdotto il concetto di “spettro”, i diversi criteri diagnostici dell’autismo, per il modo con cui sono stati specificati, abbasseranno i tassi di questo disturbo nella popolazione (del 10% secondo la task force del DSM-5, o del 50% secondo altre fonti). Questo sarà un bene, ma c’è il rischio che vengano tolti a molti bambini gli insegnanti di supporto che nelle fasce deboli sono fondamentali (Frances, 2012b, 2012c).
7) Le persone che abusano per la prima volta di droghe verranno messe nella stessa categoria diagnostica dei tossicodipendenti di lunga data, che hanno diverse necessità, prognosi e uno stigma correlato.
8) L’introduzione del concetto di “dipendenze comportamentali” (le “nuove dipendenze”) potrà subdolamente favorire una cultura secondo la quale tutto quello che ci pace molto diventa un disturbo mentale; occorre stare in guardia dall’uso sconsiderato di diagnosi quali dipendenza da Internet o dal sesso, nonché dai costosi programmi di trattamento che verranno proposti per speculare su questi nuovi “pazienti”.
9) Il confine tra il Disturbo d’ansia generalizzato e la normale ansia quotidiana, che è già poco chiaro, lo sarà ancor meno, col risultato che vi saranno molti nuovi “pazienti” ansiosi i quali prenderanno i farmaci ansiolitici che, come è noto, creano dipendenza e assuefazione, e le case farmaceutiche ci lucreranno perché molti di questi pazienti li assumeranno per tutta la vita.
10) L’abuso della diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) che già avviene in psichiatria forense aumenterà ancora di più, con effetti facilmente immaginabili.
11) Successivamente Frances (2012e) ha aggiunto una undicesima proposta del DSM-5 che a suo parere è totalmente ingiustificata e che etichetterà molte persone come malate mentali: i Disturbi somatoformi del DSM-IV sono stati rinominati “Disturbi da sintomi somatici” (eliminando le diagnosi di Disturbo da somatizzazione, Ipocondria, Disturbo algico e Disturbo somatoforme indifferenziato), e basterà che una persona con una malattia fisica sia seriamente preoccupata (si pensi a chi è affetto da cancro o altra malattia terminale) per ricadere in questa diagnosi.

Più in generale, si può dire che una delle conseguenze negative del DSM-5 sarà che, a causa dell’abbassamento delle soglie di molte diagnosi, le risorse per il trattamento dei pazienti gravi, che sono già scarse, lo saranno ancora di più perché verranno dirottate per la cura di quella moltitudine di “pazienti” lievi, i quali saranno anche danneggiati dalle nuove diagnosi con cui verranno etichettati. Il DSM-5, conclude Frances (2012d), per i suoi aspetti iatrogeni indurrà molti medici a violare l’importante giuramento ippocratico cui sono tenuti a ubbidire: primum non nocere (“per prima cosa, non fare del male”).
[Paolo Migone, da "Aspettando il DSM-5", Il Ruolo Terapeutico, 2013, 122: 69-78]

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PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Volume XLVIII, 1, 2014

Franco Angeli Editore

€ 17,50

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1, 2014
Pier Francesco Galli
Editoriale (pp. 7-8)

Otto F. Kernberg
Come prevenire il suicidio degli istituti psicoanalitici (pp. 9-22)
[Edizione originale: Suicide prevention for psychoanalytic institutes and societies. Journal of the American Psychoanalytic Association, 2012, 60, 4: 707-719. Traduzione di Paolo Migone e Francesca Tondi]

Mauricio Cortina & Giovanni Liotti
Una concezione evoluzionistica della motivazione: implicazioni per il dialogo clinico (pp. 23-72)
[L'edizione originale, dal titolo "An evolutionary outlook on motivation: Implications for the clinical dialogue", verrà pubblicata nel numero monografico 1/2015 della rivista Psychoanalytic Inquiry, dedicato agli approcci evoluzionistici. Traduzione di Federica Melandri. Questo articolo riassume alcuni temi trattati nel libro di Mauricio Cortina The Cooperative Mind. Implications for the Clinical Dialogue and for our Views of Human Nature (New York: Routledge, 2015), che era stato originariamente pensato come scritto da entrambi gli autori e che è di prossima pubblicazione nella collana Psychological Issues. Una versione di questo scritto è stata presentata da Mauricio Cortina ai "Seminari Internazionali di Psicoterapia e Scienze Umane" di Bologna il 12 aprile 2014]

TRACCE:

Silvano Arieti, Gaetano Benedetti e Christian Müller alle origini della psicoterapia delle psicosi in Italia

Pier Francesco Galli, Premessa (pp. 73-75)

Silvano Arieti, Psicodinamica, e psicoterapia delle psicosi schizofreniche (pp. 76-110)
[Relazione tenuta l'11 dicembre 1962 al I Corso di aggiornamento su "Problemi di psicoterapia". In: Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, a cura di, Problemi di psicoterapia. Atti del I Corso di aggiornamento (Sala del Cenacolo, Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, 11-14 dicembre 1962. Contributi di: Gaetano Benedetti; Silvano Arieti; Pier Francesco Galli; Franco Fornari; Ugo Marzuoli; Berta Neumann & Virginio Porta; Mara Selvini Palazzo-li; Leonardo Ancona; Tommaso Senise; Silvia Montefoschi; Enzo Spaltro; Fabrizio Napolitani). Milano: Centro Studi di Psicoterapia Clinica, 1962: Prima parte (mattino), pp. 18-36 (Discussione: pp. 36-41); Seconda parte (pomeriggio), pp. 42-60 (Discussione: pp. 60-68). Informazioni sulla vita e l'opera di Silvano Arieti (1914-1981) sono disponibili al sito Internet http://www.silvanoarieti.it; si veda anche la rubrica "Tracce" del n. 4/2004 di Psicoterapia e Scienze Umane dal titolo "Silvano Arieti torna in Italia"]

Gaetano Benedetti, Relazione introduttiva: Dialettica della situazione psicoterapeutica (pp. 111-120)
[Relazione introduttiva al "II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia", tenuta il 23 maggio 1963, dal titolo "La psicoterapia delle psicosi schizofreniche". In: Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, a cura di, La psicoterapia delle psicosi schizofreniche. Atti del II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia (Sala del Cenacolo, Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, 23-26 maggio 1963. Contributi di: Gaetano Benedetti; Christian Müller; Silvia Montefoschi; Pier Francesco Galli; Carlo Lorenzo Cazzullo & Dario De Martis; Franco Fornari; Enzo Codignola; Berta Neumann; Enzo Spaltro; Mara Selvini Palazzoli; Giovanni Jervis; Pier Maria Brunetti). Milano: Centro Studi di Psicoterapia Clinica, 1963, pp. 5-18]

Christian Müller, Evoluzione storica della psicoterapia delle psicosi (pp. 121-144)
[Relazione introduttiva al "II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia", tenuta il 23 maggio 1963, dal titolo "La psicoterapia delle psicosi schizofreniche". In: Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, a cura di, La psicoterapia delle psicosi schizofreniche. Atti del II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia (Sala del Cenacolo, Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, 23-26 maggio 1963. Contributi di: Gaetano Benedetti; Christian Müller; Silvia Montefoschi; Pier Francesco Galli; Carlo Lorenzo Cazzullo & Dario De Martis; Franco Fornari; Enzo Codignola; Berta Neumann; Enzo Spaltro; Mara Selvini Palazzoli; Giovanni Jervis; Pier Maria Brunetti). Milano: Centro Studi di Psicoterapia Clinica, 1963, pp. 19-35 (Discussione: pp. 36-43). Questa relazione di Christian Müller è stata in sèguito pubblicata in francese nel suo libro Etudes sur la psychothérapie de psychoses. Paris: Editions L'Harmattan, 1998, cap. 2]

Gaetano Benedetti, Psicodinamica e psicoterapia della schizofrenia paranoide (pp. 145-162)
[Relazione introduttiva al "II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia", tenuta il 23 maggio 1963, dal titolo "La psicoterapia delle psicosi schizofreniche". In: Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, a cura di, La psicoterapia delle psicosi schizofreniche. Atti del II Corso di aggiornamento su problemi di psicoterapia (Sala del Cenacolo, Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, 23-26 maggio 1963. Contributi di: Gaetano Benedetti; Christian Müller; Silvia Montefoschi; Pier Francesco Galli; Carlo Lorenzo Cazzullo & Dario De Martis; Franco Fornari; Enzo Codignola; Berta Neumann; Enzo Spaltro; Mara Selvini Palazzoli; Giovanni Jervis; Pier Maria Brunetti). Milano: Centro Studi di Psicoterapia Clinica, 1963, pp. 44-59 (Discussione: pp. 59-67)]

 

Il progetto di Psicoterapia e Scienze Umane ha origine nelle finalità e nel metodo di lavoro del "Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia", organizzazione attiva in Italia dal 1960 e che dopo il 1970 proseguirà l’attività con la denominazione della testata della rivista. L’intenzione esplicita, che permane a tutt’oggi, era quella di fornire un servizio ai colleghi del settore specifico e dei possibili ambiti affini, lungo tre direttive fondamentali. Innanzi tutto, collegamento in tempo reale con il dibattito internazionale, per attenuare il ritardo, all’epoca particolarmente evidente, della situazione italiana. L’abitudine alla cultura storico-critica ha fatto da filtro rispetto al rischio di una piatta importazione culturale, e questo è stato e continua e essere un filone culturale specifico. L’attenzione ai processi formativi, nel loro legame concreto tra pratica clinica e costruzione della teoria, è l’ulteriore caratterizzazione delle scelte operate dalla rivista, che si può riassumere nelle parole dell’editoriale del n. 1/1967: «L’insicurezza, ritrovato quotidiano dell’esperienza terapeutica, diventa assunzione responsabile dei poli di conflitto nel campo delle scienze umane, per una chiarezza al di là delle false coscienze empiriche». In questa chiave l’interdisciplinarità reale, non accademica, si configura ancora quale obiettivo di un impegno professionale con forte impatto sociale, in opposizione alla cultura delle tolleranze parallele e degli opportunismi ecumenici. In linea con tali premesse la rivista ospita contributi di matrice psicoanalitica accanto a quelli di rappresentanti di discipline come psicologia, psichiatria, sociologia, antropologia, filosofia, scienze dell’educazione, storia. Alcune di queste componenti sono presenti fin dalla fondazione fra i membri della redazione e del comitato di consulenza. Il carattere di "servizio" si è accentuato dagli anni 1980 con una serie di rubriche fisse come "Classici della ricerca psicoanalitica" (dal 1989 al 1999, con trenta classici pubblicati), "Casi clinici" (dal 1987), "Recensioni" (dal 1984 come rubrica autonoma), "Riviste" (dal 1984, con gli indici e i riassunti di articoli selezionati delle principali riviste internazionali e nazionali del settore, a cui dal 2006 si è aggiunto anche un commento una volta all’anno sulla linea e i contenuti delle rispettive riviste), e "Tracce. Mummia Ridens" (dal 2004, curata da Pier Francesco Galli e Alberto Merini, con «la pubblicazione di materiali, editi o inediti, che tentano di ricostruire una specie di storia della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia, a volte con la forza emozionale dell’aneddotica sottratta alle storiografie accademiche»).

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OLIVER SACKS

Allucinazioni

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€ 19,00

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Charles Bonnet, naturalista ginevrino del Settecento, si era occupato di tutto: dall’entomologia alla riproduzione dei polpi, dalla botanica alla filosofia. Quando seppe che suo nonno, ormai semicieco, iniziava ad a­vere «visioni» di strani oggetti flottanti e di ospiti immaginari, volle stenderne un minuzioso resoconto, che passò inosservato per oltre un secolo e mezzo. Oggi la sindrome descritta da Charles Bonnet, che collegava l’insorgere di stati allucinatori con la regressione della vista – come se il cervello intervenisse, a modo suo, per compensare il senso perduto –, è ormai riconosciuta dalla letteratura medica, anche se viene raramente diagnosticata perché le allucinazioni sono associate alla demenza, alla psicosi, e chi ne soffre tende spesso a tacerne. Ma non è sempre stato così: in altri tempi e in altre culture, gli stati alterati di coscienza venivano percepiti come condizione privilegiata – da ricercare e indurre con la meditazione, l’ascesi, le droghe – e hanno influenzato l’arte, il folclore, il senso del divino. Con questa «storia naturale delle allucinazioni» Sacks aggiunge un ulteriore tassello alla sua «scienza romantica», capace di tramutare la casistica medica in una forma d’arte empatica. E prosegue il racconto au­tobiografico avviato con Zio Tungsteno: dopo l’infanzia, scopriamo così la giovinezza del neurologo più famoso del mondo, trascorsa sulle spiagge della California e costellata di azzardate sperimentazioni psicotrope. Allucinazioni olfattive, uditive, tattili, spaziali, arti fantasma, Doppelgänger, e­pifanie mistiche, squilibri chimici: ogni argomento viene affrontato con la consueta capacità di immedesimazione, con curiosità ed eleganza innate, e analizzato sotto le lenti della ricerca specialistica, della letteratura e dell’esperienza – clinica e personale – di Sacks. Il risultato è una conferma di quanto scriveva Goethe: «La scienza è nata dalla poesia».

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ALLEN FRANCES

Primo, non curare chi è normale

Bollati Boringhieri

€ 26,00

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DSM-5: Il futuro della diagnosi psichiatrica. Questa è la frase che campeggia sulla homepage della quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), pubblicato nel maggio 2013 a cura della American Psychiatric Association (APA). La pubblicazione di questo manuale infl uenzerà pesantemente la vita di milioni di persone. È a partire da questo testo infatti che si deciderà chi è «malato» e chi non lo è. A partire dalle linee-guida contenute in questo manuale, gli psichiatri di tutto il mondo decideranno quali strategie adottare di fronte a una sofferenza psichica e il più delle volte saranno strategie farmacologiche. Cosa c’è di sbagliato? Tutto, secondo Allen Frances. Allen Frances non è una persona qualunque, che si indigna di fronte allo strapotere di Big Pharma e all’uso ormai fuori controllo dei farmaci per «curare» le «patologie» psichiche. Allen Frances è nientemeno che il curatore e principale estensore della versione precedente del DSM, il DSM-IV, pubblicato nel 1994. Vent’anni dopo ha deciso di prendere la parola, da «pentito», e sta facendo molto rumore. In ballo c’è la salute di milioni di persone e il concetto stesso di normalità. L’invenzione di nuove patologie psichiatriche non supportate da alcuna solida base scientifi ca, l’uso spropositato della chimica per far fronte a queste sofferenze e soprattutto l’invadenza della psichiatria di fronte a fenomeni altrimenti considerati «normali» sono le tre principali linee di attacco. Salvare la normalità, «Non curare chi è normale», è il messaggio che Frances lancia al mondo, per rivedere dalle basi la pratica psichiatrica e focalizzare i nostri sforzi sulle vere malattie mentali, quelle invalidanti che necessitano di reale trattamento, lasciando alle persone un po’ tristi la loro normalità, senza caricarle del peso aggiuntivo di una «malattia», che probabilmente non esiste.

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FABIO MADEDDU, EMANUELE PRETI

La diagnosi strutturale di personalità secondo il modello di Kernberg (2 volumi)

Raffaello Cortina Editore

€ 32,00

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Il volume presenta il metodo di assessment della personalità basato sull’evoluzione della prospettiva psicodinamica, a partire dal colloquio strutturale degli anni ’70 fino alla versione operazionalizzata attuale, la Structured Interview of Personality Organization (STIPO), presentata nella sua edizione italiana. Vengono evidenziati gli aspetti teorici che fanno da cornice alla diagnosi di struttura di personalità e viene introdotto il metodo del colloquio strutturale, per poi presentare l’intervista strutturata, nei suoi contenuti, nelle sue modalità di utilizzo e nelle sue proprietà psicometriche. I lettori potranno trovare anche alcuni stralci di casi clinici che esemplificano le modalità di attribuzione dei punteggi dell’intervista.

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MORRIS N. EAGLE

Attaccamento e psicoanalisi. Teoria, ricerca e implicazioni cliniche

Raffaello Cortina Editore

€ 29,00

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Benché la teoria dell’attaccamento affondi le radici nella psicoanalisi, i due ambiti si sono sviluppati in maniera del tutto indipendente. La base di conoscenze della teoria dell’attaccamento deriva da studi empirici sistematici, mentre l’interesse di gran parte degli psicoanalisti verte sull’incontro clinico e su ciò che è utile per il paziente. Eagle attinge alla propria esperienza di studioso e psicoanalista per individuare possibili aree di integrazione e mostrare come i due campi possano arricchirsi reciprocamente. Il volume si apre con una panoramica della teoria e della ricerca sull’attaccamento che comprende tre capitoli scritti in collaborazione con Everett Waters. Sono poi illustrati lo sviluppo e i principi fondamentali della teoria dell’attaccamento, compresi gli approcci alla misurazione dell’attaccamento nei bambini e negli adulti. Eagle esamina quindi i principali punti di divergenza tra psicoanalisi e teoria dell’attaccamento e approfondisce temi fondamentali come la sessualità, l’aggressività e la psicopatologia, sui quali hanno molto da dire sia la letteratura psicoanalitica sia quella sull’attaccamento. Sono inoltre analizzate le implicazioni della teoria e della ricerca sull’attaccamento per gli interventi clinici. Nel capitolo conclusivo l’autore illustra in che modo il pensiero psicoanalitico possa contribuire ad ampliare concetti chiave dell’attaccamento come quello di modello operativo interno. Esamina infine – aspetto non meno decisivo – come le conoscenze della teoria e della ricerca sull’attaccamento possano favorire la costruzione della teoria e la ricerca in psicoanalisi.

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ERIC R. KANDEL

L'età dell'inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni

Raffaello Cortina Editore

€ 39,00

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Il premio Nobel Eric Kandel usa le sue straordinarie doti di divulgatore per portarci nella Vienna del Novecento, dove le figure più eminenti della scienza e dell’arte diedero l’avvio a una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo di considerare la mente umana. Nei salotti viennesi dell’epoca si discutevano idee che avrebbero segnato una svolta nella psicologia, nella neurobiologia, nella letteratura e nell’arte. Tali idee portarono a progressi che esercitano ancora oggi la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando come l’aggressività e i desideri erotici inconsci si esprimano simbolicamente nei sogni e nel comportamento. Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con l’innovativo ricorso al monologo interiore. Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele diedero vita a opere di grande evocatività che esprimevano il piacere, il desiderio, l’angoscia e la paura. Scritto in modo magistrale e stupendamente illustrato, L’età dell’inconscio aiuta a capire i meccanismi cerebrali che rendono possibile la creatività nell’arte e nella scienza, aprendo una nuova dimensione nella storia intellettuale.

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LOUIS A. SASS

Follia e modernità. La pazzia alla luce dell'arte, della letteratura e del pensiero moderni

Raffaello Cortina Editore

€ 32,00

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Le analogie tra follia e modernità sono sorprendenti: sfida all’autorità e alle convenzioni, nichilismo e ironia dissacrante, rivolta a ogni cosa, un relativismo estremo, che può culminare nella paralisi, una disumanizzazione dilagante e la scomparsa della realtà esterna a favore di un Io onnipotente o, in alternativa, la dissoluzione di ogni senso dell’identità.
Secondo l’autore, i tratti fondamentali della follia schizofrenica sono esasperazioni di tendenze promosse dalla nostra cultura e tale affinità è messa in evidenza da un confronto con le opere di artisti e scrittori, tra i quali Giorgio de Chirico, Marcel Duchamp, Franz Kafka, Samuel Beckett, e prendendo in esame il pensiero di filosofi come Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Michel Foucault e Jacques Derrida. In quest’opera densa e sorprendente, che ha segnato un vero punto di svolta, Sass si rifiuta di ammantare lo schizofrenico di un’aura romantica, come un eroico ribelle, un mistico o un selvaggio veemente, sostenendo invece che in questa condizione riecheggiano molti dei più alienanti aspetti della vita moderna.
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MORRIS N. EAGLE

Da Freud alla psicoanalisi contemporanea. Critica e integrazione

Raffaello Cortina Editore

€ 37,00

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Negli ultimi quarant'anni circa si è assistito a un periodo di grande fermento all'interno della psicoanalisi. Sono comparse nuove teorie che sembrano distaccarsi radicalmente dalla teoria classica. Qual è la natura degli sviluppi che si sono verificati in questo periodo e come vanno interpretati? Quali concettualizzazioni e posizioni alternative vengono proposte dalle teorie contemporanee? Vi è spazio per un'integrazione, almeno parziale, tra la teoria classica e le teorie contemporanee, e tra gli orientamenti attuali? Queste sono alcune delle domande che vengono affrontate e discusse dall'autore. Il volume offre un'analisi obiettiva e approfondita dei punti di convergenza e divergenza, rispetto alla teoria classica, delle teorie psicoanalitiche contemporanee, in riferimento alla concezione della mente, alle relazioni oggettuali, alla psicopatologia e al trattamento. Ne risulta una panoramica sull'opera freudiana straordinariamente lucida ed equilibrata, una lettura fondamentale per chiunque voglia comprendere a fondo il fermento che percorre la psicoanalisi e le posizioni teoriche che si affrontano entro i suoi confini.
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FRANCESCO GAZZILLO

I sabotatori interni. Il funzionamento delle organizzazioni patologiche di personalità

Raffaello Cortina Editore

€ 23,00

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Il volume si presenta come uno studio sistematico del concetto di «sabotatore interno», o «organizzazione patologica di personalità». Con questo concetto si intende una parte dissociata e infantile del Sé, carica di dolore e rabbia, che cerca di distuggere o sabotare le relazioni, le aspirazioni e le realizzazioni sane proprie e altrui. Nel volume vengono dapprima passati in rassegna i modelli teorici degli autori kleiniani che hanno identificato e descritto le organizzazioni patologiche di personalità, e i modelli elaborati da alcuni tra gli Indipendenti britannici per spiegare fenomeni analoghi a quelli affrontati dai teorici kleiniani, a partire da Ronald Fairbairn, che ha coniato l’espressione «sabotatore interno»; viene inoltre presentato sinteticamente il modello di Janine Chasseguet-Smirgel sui nuclei perversi della personalità. Vengono poi descritti alcuni modelli nati nel contesto della svolta relazionale americana e della teoria dell’attaccamento che permettono di comprendere meglio la loro genesi e il loro sviluppo. Alla fine del testo viene presentata una possibile visione di insieme delle organizzazioni patologiche/sabotatori interni, con brevi esemplificazioni cliniche della loro fenomenologia. Il taglio storico-critico e la proposta di un modello integrato delle strutture psichiche descritte rendono il volume interessante per studenti di psicologia, specializzandi e psicoterapeuti di diverso orientamento teorico.


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ANTONIO DAMASIO

Il Sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente

Adelphi Edizioni

€ 32,00

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A lungo la coscienza è stata sovrapposta a nozioni quali «spirito» o «anima», quasi che l'ultima parola sull'argomento spettasse di necessità alla filosofia o alla teologia. Da qualche tempo, tuttavia, i neuroscienziati hanno fatto della coscienza – che insieme alla natura profonda della materia e dello spaziotempo costituisce l'ulti­mo baluardo del sapere occidentale – uno dei loro oggetti di indagine prediletti: e si vanno profilando acquisizioni sorprendenti e controintuitive. Fra i massimi neuroscienziati spicca Antonio Damasio, che in questo densissimo libro approda a una sorta di summa della sua ricerca trentennale, dove i fondamenti di quella prospettiva antidualistica che lo ha reso celebre (si pensi al legame tra regioni cerebrali «arcaiche», come l'amigdala, e più recenti, come la corteccia prefrontale, nella genesi delle scelte morali e dei processi decisionali) sono integrati da nuove e complesse sequenze: quella sull'inciden­za delle emozioni e dei sentimenti primordiali (il piacere e il dolore) come ponti connettivi tra il proto-sé e il sé; quella sul discrimine tra percezione e rappresentazione degli eventi interni ed esterni al nostro corpo come base biologica, unitamente alla memoria, nella costruzione dell'identi­tà individuale; e in particolare – frutto di una personalissima ricerca di unità ispirata alla rilettura di Spinoza – quelle sulle varietà fenomeniche di coscienza, che nella comparazione tra gli esseri umani e gli altri animali (a cominciare dai primati) o nelle differenze tra lo «stato» dei bambini nati senza corteccia e quello del coma vegetativo degli adulti mostrano un'infinita gamma di sfumature percettive e cognitive, insieme avvincenti e inquietanti. L'e­sito, a conclusione di un ciclo avviato da L'errore di Cartesio, è un'idea della coscienza come «processo», geniale elusione del dualismo e insieme del monismo che sfrutta e porta magistralmente a compimento un’intuizione di William James.


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ROBERT B. WHITE, ROBERT M. GILLILAND

I meccanismi di difesa

Astrolabio Edizioni

€ 15,00

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La comprensione dei meccanismi di difesa è indispensabile nella pratica medica in quanto aiuta a riconoscere la componente psicologica che si incontra nel trattamento delle malattie fisiche, rivelando in quale misura le difese possono interferire in una diagnosi accurata impedendo una vera cooperazione col paziente. Attingendo alla loro vasta conoscenza della teoria psicoanalitica e alla loro ricca esperienza clinica, gli autori affrontano la complessità del fenomeno dei meccanismi di difesa mettendone in luce tutti gli aspetti psicologici, psicoanalitici, medici e sociali in una trattazione esauriente e documentatissima il cui interesse si estende oltre il campo strettamente medico.



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ANDREA LAVAZZA, LUCA SAMMICHELI

Il delitto nel cervello. La mente tra scienza e diritto

Codice Edizioni

€ 15,00

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L’immagine di uomo adottata dal diritto, quella cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuroscientifica. Dagli studi più recenti emerge che certe emozioni hanno spesso il sopravvento sulla ragione, che a nostra insaputa siamo condizionati dalle circostanze e che il nostro io è meno solido di quanto pensiamo. La genetica e le neuroscienze sembrano dunque costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni suoi quesiti centrali: l’agire criminale è da ritenersi normalmente libero, frutto di un’intenzione consapevole del soggetto? Ha senso punire chi è “determinato” all’aggressività? Si moltiplicheranno le assoluzioni grazie agli esami cerebrali dell’imputato? Gli psicopatici dovranno essere “scusati” a motivo del loro (presunto) deficit di empatia? Temi tipici delle aule di giustizia, ma fondamentali anche nella concezione generale dell’essere umano; temi che sotto la pressione delle scienze cognitive da più parti si propone di ridefinire, come è già accaduto in alcune discusse sentenze. Andrea Lavazza e Luca Sammicheli offrono la prima panoramica unitaria e ragionata delle ricadute giuridiche, filosofiche e sociali di tali complesse questioni. Con una conclusione che non necessariamente vede il cervello “uccidere” mente e diritto.

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GIANGAETANO BARTOLOMEI

Come scegliersi lo psicoanalista

Rosenberg & Sellier

€ 10,00

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I trattamenti di cui stiamo parlando intendono proprio aiutare i pazienti a compiere un cammino di conoscenza di sé, in modo che giungano non solo a conoscere meglio quel che sono, ma anche a sapere di più «quel che fanno», giacché una grande parte della nostra ignoranza su noi stessi riguarda proprio il nostro non renderci conto di quel che facciamo a noi stessi ed agli altri nel nostro agire quotidiano e degli effetti che tale modo di agire, abituale e ripetitivo, ha sulla nostra esistenza. Come se fossimo simili a macchine programmate per compiere certe operazioni, ma che non sono consapevoli di eseguire un programma né conoscono il programma stesso. Bisognerà allora, nel lavoro psicoanalitico e psicoterapeutico, da una parte mettere in evidenza la natura «programmata» dei comportamenti abituali e ripetitivi (per esempio, un uomo che ha sempre relazioni amorose infelici con donne più grandi di lui e già sposate) e, dall'altra, arrivare a conoscere il più dettagliatamente possibile il «programma». Fatto questo, ci sono buone possibilità di pervenire a un mutamento nel programma o addirittura del programma. Fa parte del trattamento anche portare alla luce la «visione della realtà», spesso implicita e talora persino misconosciuta o negata, che ci guida nei nostri rapporti con gli altri e in generale nel nostro pensare e nel nostro agire. Così, la psicoterapia psicoanalitica può essere utilissima (o addirittura indispensabile) per affrontare taluni stati di sofferenza o di disagio psichico, mentre può essere del tutto inefficace per trattare talune condizioni psichiatriche. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che l'uomo è un'unità psicofisica o psicosomatica, una tale fusione di corpo e mente, che molte alterazioni del funzionamento chimico del cervello (o anche di altri organi) producono effetti sui sentimenti, sulle emozioni, sui modi di pensare e anche sulla logica dei ragionamenti. Perciò sarebbe assurdo aspettarsi dallo psicoanalista che egli curasse alterazioni mentali o emotive prodotte da stati di intossicazione cronica, da malattie infettive, degenerative ecc. Sebbene si debba riconoscere che, in parecchi di questi casi, una psicoterapia psicoanalitica può aiutare il malato, doverosamente curato con farmaci, ad affrontare meglio la propria condizione (persino i malati terminali di cancro possano trarre sollievo da una psicoterapia analitica, giacché, nel momento in cui siamo costretti a guardare in faccia la nostra morte, spesso affiorano in noi immagini, fantasie, angosce che rendono ancora più dolorose quelle ore estreme e che ci è di grande sollievo poter comunicare a qualcuno che sia disposto a condividerle con noi). In conclusione, sarebbe un grave errore pensare che gli psicoanalisti «funzionino» come dei farmaci che eliminano ansia, insonnia, depressione ecc. Anzi, come già si augurava Freud, la comparsa di una grande varietà di psicofarmaci efficaci ha, per così dire, sollevato lo psicoanalista dall'obbligo di «curare i disturbi», consentendogli di prendersi cura esclusivamente della persona. Potremmo dunque dire che oggi le indicazioni più promettenti per sottoporsi a un trattamento psicoanalitico o a una psicoterapia a orientamento psicoanalitico sono legate a stati di disagio esistenziale che non potrebbero essere semplificati appiccicandogli sopra un semplice etichetta diagnostica né potrebbero essere risolti dai farmaci. Ragazzi che si arenano negli studi, adulti che non riescono a formare una relazione di coppia durevole o appagante (o, al contrario, che non riescono a sciogliere un legame di coppia che li rende infelici), persone che non riescono a mettere a frutto la propria intelligenza e la propria creatività, donne che non sanno decidersi se avere o no un figlio; e poi lutti, divorzi, separazioni, maternità problematiche, cambiamenti di lavoro che angosciano, gravi malattie ecc. : sono, queste, tutte situazioni e condizioni che possono trovare un grande giovamento nella psicoanalisi o nella psicoterapia psicoanalitica. Lo psicoanalista non decide per noi, né ci suggerisce la scelta migliore, ma, aiutandoci a veder più chiaro in noi stessi, ci mette nelle condizioni migliori per fare una scelta sensata. [Giangaetano Bartolomei]

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CHARLES HANLY

Studi psicoanalitici sul narcisismo

Giovanni FIoriti Editore

€ 19,00

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Questo libro ci conduce per mano per più di un trentennio (1976-2010) a considerare l’evoluzione del pensiero psicoanalitico dell’Autore attraverso uno dei temi chiave della riflessione psicoanalitica, ovvero il narcisismo.Nel primo capitolo vediamo le acute riflessioni di Charles Hanly attorno le nuove proposte teorico tecniche di Kohut che venivano a portare un certo scompiglio attorno delle tematiche considerate classiche riguardo il narcisismo. Al riguardo molto funzionale è la risposta che viene data sia sul piano clinico (molto chiari sono i due casi clinici presentati e con profonda conoscenza della teoria) sia su quello più squisitamente teorico. L’assunto è quello che sia nella clinica, sia nella cultura nel senso vasto del termine ogni indulgenza verso il narcisismo neghi la sua, comunque presente, qualità infantile e l’influenza negativa sull’assetto del super-Io. Un aspetto molto interessante è inoltre lo studio che viene fatto di fenomeni narcisistici come “il narcisismo cosmico” nella filosofia speculativa indiana e particolarmente nel tantrismo oltre che nella filosofia occidentale a partire da Parmenide sino a Platone e Aristotele. Viene illustrato successivamente attraverso il dettagliato lavoro nell’analisi della signora M. il concetto di meccanismo di difesa narcisistico che “utilizza la sostituzione di attività e oggetti inanimati al posto delle persone” per compensare le ferite narcisistiche e per esprimere un’aggressione inconscia derivante da queste ultime. Se il lavoro di Kohut è da un lato riconosciuto come capace di dare un contributo al fine della comprensione, riconoscimento, interpretazione del transfert positivo dall’altro l’integrazione dei contributi kohuttiani non possono, secondo il nostro Autore, non essere integrati nel classico orientamento teorico freudiano. Dunque la differenziazione genetica e funzionale tra l’Io-ideale e l’Ideale dell’Io è correlata con una migliore comprensione dei disturbi narcisistici delle psicosi, ai disturbi borderline, ai disturbi narcisistici.
“Io ideale” che denota una situazione statica, laddove “Ideale dell’Io” denota uno stato in divenire. L’Io ideale è l’Io stesso considerato capace di salvaguardare uno stato di perfezione, mentre l’Ideale dell’Io si riferisce a una perfezione da raggiungere. Una digressione attraverso il pensiero di Epicuro e di Platone ci consente di affrontare il tema dal punto di vista filosofico e del materiale clinico, ci conforta nel ritrovare nella stanza di analisi le esemplificazioni nel lavoro fatto con i pazienti. Sappiamo bene quanto il concetto di narcisismo abbia attraversato anche altri punti di vista teorici e non possiamo sottrarci dal guardare alla psicoanalisi britannica e kleiniana in particolare a partire dagli assunti ormai classici di Rosenfeld: dal narcisismo legato all’istinto di morte a visioni via via più benevole passando attraverso la banda caratteriale violenta dei personaggi del “narcisismo distruttivo”. Un altro percorso sarebbe quello greeniano del Narcisismo declinato come narcisismo di vita e narcisismo di morte. Grande pregio del libro è quello di mostrarci l’evoluzione di un concetto ormai così centrale nella psicoanalisi a partire dal terremoto kohuttiano e via via all’assumere di caratteristiche proprie del pensiero dell’Autore all’interno della comunità psicoanalitica nord-americana meno nota al lettore italiano, anche se molti sono i legami che via via vengono forniti con i contributi della psicoanalisi europea. Un’immagine mi ha spesso aiutato a raffigurare la mia concezione del narcisismo: una palude è abitata da alligatori, caimani, coccodrilli. Non rimane che costruire delle case su delle alte, talvolta altissime, palafitte. Intendere il narcisismo come difesa è proprio questo cogliere che il problema è quello di protoemozioni da cui si teme di essere lacerati per trovare salvezza in alto, sulle palafitte. Nel corso del libro l’Autore ci fornisce delle immagini molto belle come quella del bambino ferito narcisisticamente che sente la presenza di un “terrificante animale simile a una tigre che si cela sotto il suo letto”, mondo del bambino che è diventato “abitato da una creatura misteriosa e spaventosa di origine sconosciuta”. Creatura misteriosa che è quella che con Francesco Barale (1992) avevamo definito un “Betaloma” un aggregato inquietante e spesso terrifico di elementi Beta, che avrà la sua risoluzione solamente nell’essere sognato all’interno della stanza di analisi. Solamente dopo la bonifica delle paludi e la trasformazione della fauna in essa presente si potrà cominciare a costruire senza più l’uso delle palafitte. Ciò ci parla delle ferite narcisistiche precoci, dell’insufficiente attività di reverie con cui esse si sono accompagnate e dell’aver trovato un modo per sopravvivere: basta che funzioni direbbe il celebre Regista! In questo modo Hanly apre la strada a un nuovo modo per riconoscere e curare anche un altro tipo di difesa – strettamente correlato – ovvero le difese autistiche, tema trattato da molti Autori, tra cui Ogden che ha concettualizzato lo stato contiguo-autistico come una delle posizioni basiche della mente umana a monte di PS e D e con esse in perenne oscillazione. Non diversamente da Bleger quando aveva sentito la necessità di qualcosa a monte di PS e aveva postulato l’esistenza del nucleo agglutinato. Ci muoviamo dunque nel panorama delle ricerche psicoanalitiche che apriranno – ne sono sicuro – nuovi orizzonti concettuali, clinici e tecnici ed è per questo che il libro di Hanly si pone come una pietra miliare del nostro comune percorso.
Ma torniamo a guardare al libro da vicino: la proiezione e il diniego sono studiati attraverso l’osservazione della vita mentale dei bambini, degli studi sugli autori pre-omerici, e di un caso clinico. Tutto ciò in funzione di sviluppare meglio le “difese narcisistiche”. Deliziosa ho trovato una piccola trasgressiva “self-disclosure” dell’Autore quando racconta una breve vignetta con le proprie figlie a proposito dell’esistenza o meno di Babbo Natale e la vignetta della bambina di tre anni nel suo dialogo con un orologio. Spostamenti, condensazioni, uso del pensiero per immagini forniscono le chiavi per avere accesso al mondo del bambino. Sempre presente – come già evidenziato – nel corso del libro è la referenza culturale-filosofica capace di aprire legami e connessioni spesso ignorati e che illuminano con la loro limpidezza, anche se l’Autore non si sottrae dal mostrarci del materiale clinico dettagliato capace di illustrare bene quanto avviene nella stanza di analisi mostrandoci la tesi di fondo che i conflitti pulsionali e una regressione a difese narcisistiche sono cofattori nella determinazione di severe patologie.
Di grande importanza giudico l’inserimento di un capitolo di tecnica, all’interno del percorso attorno al narcisismo e alle difese narcisistiche, proprio per i problemi di delicatezza tecnica in cui ci impegnano i pazienti con sofferenza narcisistica. Nel dibattito tra alleanza terapeutica e interpretazione un punto forte è che l’interpretazione deve comunque “essere satura di umanità” e avere al tempo stesso un contenuto esplicito che guardi ai significati inconsci e uno implicito che evidenzi che si sta lavorando con e per il paziente: ciò non può che sviluppare l’alleanza terapeutica. Utile poi la carrellata storica che viene fatta su questi concetti da Freud in avanti, mostrando tutti i gradienti possibili tra le estreme posizioni: “non è necessaria un’alleanza per il trattamento della psicoanalisi” e “un’alleanza richiede specifici interventi non interpretativi al di fuori della cornice analitica”. L’Autore ritiene che l’alleanza terapeutica sia una condizione necessaria ma non sufficiente laddove l’interpretazione è una condizione sufficiente. L’Autore poi sottolinea l’interconnessione tra Alleanza Terapeutica (concetto caro a molta psicoanalisi americana) e il transfert, affermando che la stessa Alleanza Terapeutica debba essere analizzata e il rischio che un eccesso di enfasi su di essa distragga dal valutare gli aspetti involontari (inconsci) del transfert del paziente (qui sembra palese la critica alla Scuola di Chicago). Trovo sempre gli articoli di tecnica estremamente importanti perché ci mostrano cosa fare, o cosa è stato fatto o cosa potrebbe farsi in Situazione. In altro linguaggio potremmo dire che l’Autore si mostra interessato a studiare i nessi che vi sono tra necessità di unisono e tessitura interpretativa. L’unisono per molti pazienti è un prerequisito indispensabile e si appoggia sul vissuto di essere sulla stessa lunghezza d’onda con l’analista mentre l’interpretazione in qualche modo lavora più sul contenuto (inteso come simbolo), che naturalmente necessita della cooperazione con un contenitore che deve all’esperienza dell’unisono la possibilità del proprio sviluppo. Al riguardo potrebbe anche guardarsi all’oscillazione esistente tra un’analisi che guarda allo sviluppo della consapevolezza di contenuti a un’analisi che guarda allo sviluppo dei “tools for thinking, dreaming, feeling”. Avevamo lasciato il bambino alle prese con un terrificante animale simile a una tigre che si celava sotto il suo letto, la parte sconosciuta, ma quali altre gestioni potrebbe avere questa “tigre” oltre quella della difesa narcisistica, in quali altri territori e con quali altre conseguenze potrebbe essere gestita? L’Autore partendo dal Narcisismo primario (Freud, 1914) ci guida attraverso tre termini psicoanalitici fondamentali per la descrizione dell’ipocondria e dei sintomi psicosomatici. La comprensione diagnostica di questi ultimi “richiede un’attenzione costante alle cause organiche, alle cause psicologiche e alle loro intricate correlazioni”. Due storie cliniche vengono poi raccontate mostrando anche le scelte interpretative e persino le formulazioni interpretative. Le ferite narcisistiche sono messe alla base delle patologie psicosomatiche di due pazienti. L’Autore poi con chiarezza afferma che la ‘psicologia relazionale’ ha sostituito la ‘psicologia del sé’ nel distogliere dalla centralità delle pulsioni ed è chiaro nell’affermare che “è la teoria classica pulsionale che ci fornisce il miglioramente teorico disponibile” per comprendere i turbamenti dell’anima comunque essi si manifestino.
Questo libro merita anche di essere contestualizzato nel panorama della psicoanalisi attuale. L’ultimo congresso IPA di Città del Messico dell’Agosto 2012, presieduto da Hanly, apriva dunque – dopo il precedente Congresso IPA di Chicago sulla differenza tra i modelli – il dibattito attorno i pilastri attuali della psicoanalisi, le loro radici e il loro posto nel futuro. Un giovane studente in un Panel di cui ero il Chair, Panel sofisticato su complessi concetti bioniani, spiazzò tutti suscitando anche una certa ilarità domandando se vi fossero dei metodi elettrici per sviluppare la funzione alfa. Nel Panel di chiusura del Congresso ripresi questa paradossale domanda, definendola brillante non nel senso reale ma nel senso metaforico, chiedendo se nel Congresso si fosse prodotta abbastanza elettricità per andare avanti e sviluppare il cammino della psicoanalisi. Per esserci elettricità vi deve essere una differenza di potenziale e oggi credo che vi siano molte questioni relativamente alle quali vi è un’oscillazione e un legame al tempo stesso: a) i legami che abbiamo tra Inconscio e Sogni. Possiamo osservare questo in entrambe le direzioni: il sogno come la via, la chiave per raggiungere l’Inconscio ma anche il sogno che crea continuamente l’Inconscio attraverso il lavoro del ‘dreaming ensamble’ (Grotstein 2007, 2009); b) i legami che abbiamo tra la teoria del campo, le teorie relazionali forti, gli enactments, le self disclosures e il bisogno di confini nei riguardi di un eccesso di soggettività; c) i legami tra la nostra storia con le sue radici profonde e il nostro bisogno di futuro: essere orgogliosi di quanto abbiamo scoperto essere attoniti rispetto i nuovi mondi che i nostri strumenti aprono continuamente; d) i legami tra un punto di vista che mette a fuoco i contenuti, la storia, l’infanzia, la sessualità e un altro che mette a fuoco il lavoro per espandere i nostri strumenti per ‘sognare sogni non pensati’, per le trasformazioni in sogno, per vivere le sedute come un sogno: da beta ad alfa: sognare l’analisi, considerare la sessualità come indice di relazionalità tra le menti. In queste oscillazioni creiamo quella vitale elettricità che ci è necessaria per andare avanti sviluppando sulle spalle degli antenati nuove teorie. Più noi conosciamo più abbiamo da scoprire e costruire; (in tre parole): come alfabetizzare “O”. Vorrei guardare a questo libro come un fondamentale polo dialettico, molto chiaro, estremamente onesto e schierato nel ritenere la teoria delle pulsioni non solo centrale, ma anche al centro di futuri sviluppi. Avremo bisogno di scritti ugualmente sinceri e “forti” per dar vita a quell’elettricità che potrà farci tutti evolvere verso nuove concettualizzazioni. [Antonino Ferro, dalla Prefazione]

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ANTONINO FERRO, GIUSEPPE CIVITARESE e altri

Psicoanalisi in giallo. L'analista come detective

Raffello Cortina Editore

€ 18,00

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Questi nostri colleghi, un affiatato gruppetto di valenti psicoanalisti pavesi, miscelando e associando liberamente tenenti e commissari con scrittori e psicoanalisti, spruzzando il tutto con un po' di storie cliniche, invece che farci un risotto, hanno scritto un libro, che va letto a più livelli. A un primo livello, è un racconto di storie o frammenti clinici. A un secondo livello, però, prende uno slancio ulteriore e diventa un piccolo saggio sul genere "giallo", nella letteratura, nel cinema e nella TV. A un terzo livello, infine, è un libro che evidenzia molto bene come le menti o gli inconsci di paziente e analista si incontrino nel terreno delle fantasie (sogni e immagini) che le parole dell'uno creano e determinano nell'altro. Ci sono a questo proposito degli esempi folgoranti per sagacia, creatività e narrazione che potrebbero essere utilizzati come sceneggiature per film o trame per romanzi e racconti. Nel complesso è quindi un libro fruibile a più livelli, piacevole da leggere anche in virtù della diversità di scrittura e di pensiero che si evidenzia nei diversi autori. È noto che spesso questa caratteristica rappresenta un limite per i libri collettanei. In questo caso mi sembra che diventi invece un pregio e un valore aggiunto. Mi fa piacere però evidenziare quella che considero la specificità psicoanalitica del libro, che rappresenta anche la specificità di "questi" psicoanalisti che l'hanno scritto. Userò quindi le loro parole, tratte direttamente dal libro e dalle parole di alcuni autori. Fulvio Mazzacane, ad esempio, segnala che elementi gialli compaiono in testi classici, ma si ritiene che il genere letterario giallo nasca con E.A.Poe in un periodo storico di poco precedente i primi lavori di Freud e quindi la nascita del pensiero psicoanalitico. Il presupposto, come nel pensiero freudiano, è che sotto le apparenze ci sia sempre qualcosa da nascondere. Come un investigatore classico l'analista ai suoi albori pensa che i meccanismi di rimozione nascondano nell'inconscio gli eventi traumatici della vita, pensieri e affetti che il lavoro psicoanalitico può riportare alla luce ricostruendo una verità storica. Nell'evoluzione del romanzo giallo, da romanzo di investigazione al romanzo hard boiled, e poi a forme variamente contaminate dei due generi, c'è una forte analogia con lo sviluppo del pensiero psicoanalitico e dell'immagine dell'analista. Allo stesso modo, oggi, un modo diverso di intendere l'analista è quello di immaginarlo coinvolto in una relazione intensa in cui sa che, pur forte della sua attrezzatura di base (le conoscenze tecniche, l'analisi che lui stesso ha fatto), deve immaginare ogni analisi come unica e cercare insieme al paziente delle soluzioni ad hoc. L'obiettivo non è tanto o non solo la ricostruzione del passato, ma aiutare il paziente ad acquisire gli strumenti per poter vivere i propri pensieri e i propri affetti in maniera più soddisfacente, aiutato dall'analista in un'esperienza che cambierà alla fine entrambi. Le vicende dell'87° distretto di Ed Mc Bain sono un'ottima sintesi di aspetti investigativi classici e di aspetti d'azione. I casi sono affrontati da agenti normali che rifiutano di appiattirsi al loro ruolo professionale, ma rivendicano il loro aspetto umano. Questo ha a che fare con la trasformazione dell'analista, da puro specchio delle vicende emozionali del paziente a professionista, che mette in gioco nella relazione analitica se stesso. Maurizio Collovà, in questo senso, sottolinea come il genere "giallo", nella sua rigorosa e indispensabile trama narrativa che, pur rispettando e privilegiando i colpi di scena, deve mantenere una "cura" alla coerenza, abbia delle analogie con la storia di ogni psicoanalisi. Alla stessa stregua dello scrittore giallo, e dell'alter-ego che lo impersona nella storia, anche lo psicoanalista deve mostrare la continua attenzione alla costruzione e cura delle condizioni perché l'analisi possa andare avanti e non incorrere in rischi di interruzione del processo. Giovanni Foresti, appassionato studioso (o fan...) del tenente Colombo, così si esprime sul tema del "giallo": "Il giallo mette in scena la punizione. I gialli mostrano una colpa specifica che consiste in condotte criminose specifiche. La colpa si deve a delitti concreti. Quello che più mi affascina in Colombo è che manca il momento della punizione. In Colombo l'umanità del colpevole non è mai negata. Nel lavoro analitico dovrebbe essere sempre così. E io credo che sia così il più delle volte. La ricomposizione dovrebbe fare a meno del momento del dolore e dell'umiliazione. Tutta l'arte consiste nel fare emergere la colpa senza mortificare il colpevole. Per questo quelle di Colombo sono inchieste cliniche".Pierluigi Politi, nel tratteggiare un parallelo tra la psicoanalisi e il giallo (quelli scritti da Fred Vargas), trae spunto dalla sua esperienza clinica nel campo degli abusi per affermare che serve a poco identificare il colpevole materiale, quello che è esistito, purtroppo, nella realtà, perché quasi sempre è già identificato, anzi spesso ben conosciuto. Il colpevole appartiene, nella maggioranza dei casi, all'entourage nella vittima, spesso si tratta di un familiare e proprio sulla base di questa relazione già esistente, si tesse l'abuso. Accanto a quello che sarebbe il vero colpevole, si pone frequentemente nella clinica un altro problema: il timore che esista un livello più alto, indistinto, di colpevolezza, che trascende l'esecutore materiale e riguarda la vittima, ovvero, la sua paura di avere colluso, almeno in parte, con l'abusante. Per questo è importante cercare, nel momento presente, di limitarsi al minor male possibile, affrontando poi insieme il lavoro comune. All'analista odierno è chiesto, dopo essersi familiarizzato con il contenimento, di riflettere anche sulla propria continenza, perché l'abuso sessuale è solo la punta più elevata e atroce di un continuum di situazioni analoghe, meno drammatiche forse, aventi in comune con l'abuso sessuale l'introduzione in volte cruenta di un significato precostituito in una mente non ancora attrezzata ad accoglierlo. Il lavoro di Elena Molinari mi è sembrato molto affascinante per le impressionanti analogie con il pensiero e le azioni del commissario Montalbano, riportate in parallelo con il sofferto e doloroso ripensamento su di una analisi interrotta. Così l'autrice ci racconta il suo percorso: "Ho iniziato a interessarmi dei delitti del lavoro analitico attraverso il ritrovamento di una sensazione (rabbia, umiliazione, vergogna, disillusione, orgoglio ferito) nel finale di un romanzo giallo di Camilleri. Sentii di condividere più del dovuto la sua sensazione di fallimento e di rabbioso dolore. Quella stessa sensazione si associò subito a una storia analitica a cui avevo faticosamente evitato di pensare... a posteriori mi sembra evidente che avrei dovuto capire, già dal titolo (La paura di Montalbano), la pericolosità di quella lettura, come se qualcuno avesse infilato a tradimento il piede in una porta che io volevo ermeticamente chiusa, costringendomi a ospitare dolorosi pensieri...e ora mi propongo di tracciare un parallelo tra il modo di investigare del commissario Montalbano e quello analitico." Giuseppe Civitarese, in un raffinato saggio che spazia tra Bion e il regista Tsukamoto, passando per i fumetti e un paziente particolarmente complesso affrontato con sapienza e profondità, così conclude: "Ascoltare il paziente come se inconsciamente stesse facendo un commento sulla qualità del funzionamento mentale dell'altro in seduta rende più ricettivi e avvicina a livelli più intimi nella relazione. Vedere la réverie come qualcosa che non è estraneo a ciò che succede nel qui e ora può essere il modo più efficace per aiutare il paziente a passare dall'incubo al sogno...Ci invita più facilmente per così dire a non uccidere i nuovi pensieri. Se li si lascia nascere e crescere, ossia se cambia la visione che si ha di un problema, tante volte questo si risolve". Un po' come fanno molti detective che ci vengono raccontati. E infine, Nino Ferro, che anche nel libro scrive l'ultimo contributo, ma è il primo tra gli autori, vero nume tutelare del gruppo di colleghi. Il suo è un viaggio immaginifico tra realtà (un allarme antincendio scattato di notte in un albergo congressuale), fantasie, film e narrazione, realizzato attraverso la consueta ricchissima aneddotica clinica che lo contraddistingue. A me piace pensare che questa stretta connessione tra la psicoanalisi e le diverse forme di espressione artistica sia uno degli sviluppi che la nostra disciplina potrà avere, riprendendo in modo stabile un posto significativo nel panorama culturale. In questo senso l'operazione che sta alla base del progetto del libro va ben oltre gli elementi segnalati finora. Finisce qui la mia presentazione/recensione/commento al libro. C'è posto anche, dopo tanti apprezzamenti, per una segnalazione critica. Tanto mi è piaciuta la veste grafica che ben definisce e confeziona il progetto, tanto ho avuto difficoltà a riconoscermi nella figura dell'analista detective che viene descritto in copertina. Forse sono ancora ancorato a una immagine antiquata del genere giallo, ma il concetto di indagine mi fa pensare a interrogatori, luci puntate negli occhi e ricerche spasmodiche del colpevole. So bene che nel libro questa modalità di intendere il processo analitico viene considerata antiquata e superata da un nuovo modo di praticare la psicoanalisi. Mi dispiace solo che quella parola in copertina presti il fianco a qualche fraintendimento. Detto questo, consiglio davvero e spassionatamente a tutti la lettura di Psicoanalisi in giallo. Sono sicuro che anche voi, come me, rimarrete poi in attesa delle successive e multicolori versioni...in rosso, in verde, in nero, in bianco... per ogni genere letterario e cinematografico possibile! [Pietro Roberto Goisis]

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LUGI ZOJA

Paranoia. La follia che fa la storia

Bollati Boringhieri

€ 25,00

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Il paranoico spesso è convincente, addirittura carismatico. In lui il delirio non è direttamente riconoscibile. Incapace di sguardo interiore, parte dalla certezza granitica che ogni male vada attribuito agli altri. La sua logica nascosta procede invertendo le cause, senza smarrire però l'apparenza della ragione. Questa follia "lucida" - così la definivano i vecchi manuali di psichiatria - è uno stile di pensiero privo di dimensione morale, ma con una preoccupante contagiosità sociale. Raggiunge infatti un'intensità esplosiva quando fuoriesce dalla patologia individuale e infetta la massa. Al punto da imprimere il proprio marchio sulla storia, dall'olocausto dei nativi americani alla Grande Guerra ai pogrom, dai mostruosi totalitarismi del Novecento alle recenti guerre preventive delle democrazie mature. Finora mancava uno studio d'insieme sulla paranoia collettiva, rimasta terra di nessuno tra le discipline psichiatriche e quelle storiche. Per primo lo psicoanalista Luigi Zoja ricostruisce la dinamica, la perversità e insieme il fascino, l'assurdità ma anche la potenza del contagio psichico pandemico, in un saggio innovativo che attinge a vastissime competenze pluridisciplinari. Improvvisamente, vediamo con occhi diversi eventi che credevamo di conoscere, e comprendiamo quanto i paranoici di successo, Hitler o Stalin, fossero tali per la loro capacità di risvegliare la paranoia dormiente nell'uomo comune..

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CHRISTIAN MOSER

Sigmund Freud. Il leggendario divano svela tutti i segreti 

Raffaello Cortina Editore

€ 16,00

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Disegnato con tratto morbido e accattivante, munito di sigaro d'ordinanza, lo sguardo tra il minaccioso e l'inquisitorio - il personaggio è pur sempre tra i padri della "logica del sospetto" - e con alle spalle il mitico divano ricoperto da uno Shiraz d'annata dietro cui, ghignante, occhieggia un mostriciattolo - uno dei "mostri" che abitualmente albergano nell'inconscio, già stanato intrepidamente dal Nostro che tuttavia sembra ancora far resistenza, nascondendosi dietro il divano! - ebbene, ecco Sigmund Freud campeggiare sulla copertina di un agile volumetto della Cortina: Sigmund Freud, Il leggendario divano svela tutti i segreti, raccontato e illustrato da Christian Moser. E qui già un soprassalto, per chi abbia a mente gli Studi sull'Isteria: questo Christian Moser non sarà mica un rancoroso discendente della famosa paziente di Freud, Emmy von N., pseudonimo della baronessa Fanny Moser (appunto!), trattata da Freud nei suoi primi ancora incerti anni di pratica clinica, e solo dopo molti lustri da lui riconosciuta come micidiale manipolatrice, "my bad diagnistic error", come chiunque può apprendere consultando l'articolo pubblicato da C. Tögel sull'International Journal of Psychoanalysis del Dicembre 1999. Se il sospetto di una parentela trovasse conferma, il volume che ci accingiamo a sfogliare - e qui un brivido corre lungo la schiena - potrebbe rivelarsi una vendetta transgenerazionale per distruggere l'onorabilità di Freud e gettar fango sulla disciplina da lui fondata. Il timore di un'operazione di sordido dossieraggio sembra peraltro ricevere conferma dalla quarta di copertina, che recita: «Nessuno è stato più vicino a Freud dell'autore di questa biografia, il mitico divano! Dopo un secolo passato nell'ombra, finalmente rompe il silenzio e racconta tutta la verità sul padre della psicoanalisi». A molti, una biasimevole mancanza di rispetto era già parsa la pubblicazione di un Freud a fumetti, di Appignani e Zorate, apparso nel 1994 per i tipi della Feltrinelli, e spacciato come tentativo di divulgarne vita e idee presso un pubblico più vasto ... magari i ggiovani ... il linguaggio dei fumetti è loro più familiare, e giustificazioni di tal sorta; onor del vero, nella stessa collana comparvero anche un Kafka e un Wittgenstein a fumetti, ma a mio avviso era solo fumo negli occhi, l'interpretazione autentica è che anche allora volevano - non chiedetemi chi - distruggere la psicoanalisi! E in effetti, c'è forse qualcuno di voi che ha visto un paziente, dico uno, che si è detto spinto a chiedere un'analisi perché ha letto Freud a fumetti? Tremebonda, ho dunque aperto il libro, ho passato al vaglio minuziosamente ogni singola illustrazione, mi sono soffermata su ciascuna parola e frase del testo alla ricerca di ciò che poteva esitare negli interstizi del non detto, scorrendo con attenzione certosina tutti i 41 capitoletti, il Prologo, l'Epilogo, le Osservazioni Conclusive e l'imperdibile Cronologia dell'autore (ossia del divano): posso assicurarvi che non si tratta dell'11 settembre della psicoanalisi. I filosofi hanno da preoccuparsi ben più di noi, in quanto assai più lesivo per la dignità di Socrate è stato il monologo Vedova Socrate di Franca Valeri, ove la petulante e prosaica Santippe demolisce ferocemente il grande filosofo, ritraendolo nella quotidianità coniugale di bagno /letto/ cucina; e cosa dire dello scandalo che investì le religioni che si richiamano alla Bibbia, e certamente anche l'Autore dell'antichissimo testo, per il disinvolto parere di lettura vergato da un incauto redattore, riportato in Diario Minimo (1963) di Umberto Eco, di cui cito un breve passaggio per mostrarvi a quali livelli si può arrivare: «Devo dire che quando ho cominciato a leggere il manoscritto, e per le prime centinaia di pagine, ero entusiasta. È tutto azione e c'è tutto quello che il lettore oggi chiede a un libro di evasione: sesso (moltissimo), con adulteri, sodomia, omicidi, incesti, guerre, massacri, e così via. L'episodio di Sodoma e Gomorra con i travestiti che vogliono farsi i due angeli è rabelesiano, le storie di Noè sono puro Salgari ....». A fronte di tali operazioni, siano esse mosse d invidia e malevolenza, o da grossolana ignoranza e superficiale fraintendimento, cosa volete che sia, nel libro di Cortina, il tentativo di avvalorare i pettegolezzi di corridoio su un Freud primogenito compiaciuto e convinto della propria superiorità, narcisizzato dalla madre; despota che chiedeva venerazione e obbedienza a familiari e allievi, sempre con l'angoscia di essere superato da qualche allievo più creativo e brillante; addirittura individuo sessualmente represso - lui! - che avrebbe cercato di fare di necessità virtù, come il divano/narratore insinua in questo brano: «Se ... si impara a deviare le pulsioni indirizzandole in modo più sensato, cioè se le si sublima, allora si può ottenere una straordinaria produttività intellettuale. Ma chi è in grado di riuscirvi, se non naturalmente un certo Sigmund Freud? Per questo, il professore sosteneva per i giovani la libertà sessuale!» (76). Ricordiamoci che la gola profonda sulle cui rivelazioni si basa il libro è in fondo un umile divano. È ben noto che spesso le biografie di uomini illustri - di coloro che si stagliano ad altezze irraggiungibili per gli altri umani - quelle redatte attingendo ai ricordi del maggiordomo o di chi gli lavava la biancheria, soffrono di una angustia di prospettiva. Sappiamo che ogni discorso è "posizionato", e la prospettiva di un divano è notoriamente bassa, per tacere poi sulle dinamiche di idealizzazione/svalutazione etc. etc. Va pur detto che il divano in questione, a furia di ascoltare pazienti, interpretazioni, discussioni fra i fedelissimi del Mercoledì, mostra tuttavia di aver imparato qualcosina di psicoanalisi, se non altro per una pseudoidentificazione imitativa al Professore - per non dire che ha cercato avidamente e invidiosamente di appropriarsi del di lui sapere - e per esempio, a proposito del colpo di fulmine di Sigmund per Martha, discetta con competenza: «Un bel pomeriggio [Freud] tornando a casa dall'università, trovò nel salotto di casa un'amica della sorella che sbucciava graziosamente una mela: Freud si innamorò all'istante. La simbologia sessuale di certi frutti è ormai nota a tutti: lo stesso atto di sbucciare può tranquillamente essere associato al rimuovere altri rivestimenti» (29). Chissà se il lacerante conflitto di amore/odio che il divano manifesta in questo libro per il suo celebre padrone, avrebbe avuto modo di stemperarsi, di venire più armoniosamente integrato, se il nostro divano avesse avuto notizia della mostra che gli era stata dedicata in occasione del XIV Congresso della SPI, intitolata: "Il lettino come simbolo della psicoanalisi", in cui gli veniva reso il dovuto omaggio, riconoscendone il ruolo di dispositivo principe, indispensabile strumento evidenziatore della vita psichica inconscia. Il leggendario divano svela tutti i segreti non è un fumetto, né un graphic novel, utilizza tuttavia accanto alle parole anche immagini "parlanti", dove testo e figura vanno a comporre un esilarante resoconto dei difetti, vizi, tic, manie - e qualche virtù - di uno dei giganti del pensiero del ‘900. [Maria Grazia Vassallo]

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WILLY BARANGER, MADELEINE BARANGER

La situazione psicoanalitica come campo bipersonale

Raffaello Cortina Editore

€ 23,00

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Nei saggi qui raccolti trovano espressione gli aspetti più rilevanti della riflessione analitica di Willy e Madeleine Baranger, autori argentini che hanno dato un contributo rivoluzionario alla teorizzazione psicoanalitica. Tale contributo viene reso nuovamente disponibile in questa edizione, accresciuta di scritti fondamentali per mettere a fuoco i differenti aspetti di un modello che conserva grande freschezza e originalità. Coniugando il concetto di campo (derivato dalla fenomenologia, in particolare da Merleau-Ponty) con i concetti basilari del pensiero kleiniano, Willy e Madeleine Baranger definiscono la situazione dell'analisi come un "campo bipersonale", vera e propria struttura risultante dall'incontro delle due vite mentali e delle identificazioni proiettive incrociate che si sviluppano tra analista e paziente. Il concetto di "resistenza" del paziente viene sostituito da quello di "bastione" della coppia, come luogo di precipitazione delle resistenze di entrambi. Affinché tale baluardo possa essere superato attraverso l'interpretazione, sarà necessario il "secondo sguardo" dell'analista, ossia la sua capacità di osservare da fuori quanto è accaduto nel campo, di cui egli è pur sempre costituente determinante. Estendendo tale modello a tutte le vicissitudini dell'analisi, ne risulta un modello "forte", che non può non far ripensare a tutti i fenomeni clinici, dalle perversioni ai transfert psicotici, fino ai traumi psichici infantili

 

E' molto utile e opportuna questa nuova edizione dell'ormai classico testo dei Baranger, punto di svolta della psicoanalisi contemporanea, ultimamente pressochè introvabile nelle librerie. Il libro era stato pubblicato in Italia nel 1990 a cura di Antonino Ferro e Stefania Manfredi, diffondendo nel nostro mondo psicoanalitico il concetto di campo. L'edizione attuale comprende due nuovi importanti articoli e si giova di una puntuale introduzione di Antonino Ferro che, a vent'anni dalla pubblicazione del primo libro, fa il punto sul concetto di campo e ne indica l'evoluzione e le prospettive future. Ferro non esita a considerare l'introduzione di tale nozione una vera e propria rivoluzione scientifica, equiparabile a ciò che avvenne in fisica con la formulazione della teoria della relatività o con quella del principio d'indeterminazione. La psicoanalisi, egli sembra dire, dopo l'introduzione di tale nuovo vertice teorico e osservativo, non è più stata la stessa. Il concetto, mutuato dalla psicologia della Gestalt, sebbene depurato della declinazione riduzionistica che le aveva inizialmente impresso il postulato dell'isomorfisimo mente-cervello, aveva già mostrato le sue grandi virtù esplicative in fisica a partire dall'avvento dell'elettromagnetismo, complesso di fenomeni non spiegabili alla luce delle leggi della meccanica classica. Eppure, dalla sua prima formulazione nell'articolo dei Baranger "La situazione analitica come campo dinamico" (1961-62), che figura come secondo capitolo del presente volume, il modello di campo ha conosciuto un'evoluzione notevole e verosimilmente non ancora ultimata. Dall'introduzione di una prospettiva bipersonale per intendere i complessi fenomeni della seduta psicoanalitica, che legava indissolubilmente transfert e controtransfert impedendo di parlare separatamente dell'uno o dell'altro, e dall'ormai storica proposta del concetto di "bastione" come fenomeno resistenziale del campo, non più ascrivibile a uno solo dei due attori della sessione analitica, si è transitati verso un modello sempre più completo e complesso, a partire da quello sviluppo "naturale" della nozione di campo che è costituito dal concetto di "terzo analitico" di Ogden, già largamente implicito nell'idea dei Baranger di una fantasia inconscia di campo. Un concetto, quello di terzo analitico intersoggettivo inconscio, che solo nel riferimento al modello del campo può apparire pienamente legittimo e comprensibile, così come in relazione a esso più intelligibili risultano in parte anche le prospettive relazionali e intersoggettiviste. Parallelamente, si realizzava l'altro fondamentale momento dell'evoluzione del modello: l'incontro con le idee bioniane di funzione α, elementi e turbolenze β, rêverie e pensiero onirico della veglia, interpretati come strutture e funzioni del campo. Un incontro particolarmente fecondo, anch'esso latentamente presente nelle concezioni originarie dei Baranger, ma sviluppato, esplicitato ed esteso successivamente dallo stesso Ferro, protagonista di spicco di questa ulteriore fase dell'evoluzione del modello, legata ai concetti di "personaggio" e "derivato narrativo", da intendersi come manifestazioni del pensiero onirico della veglia proprio del campo e della trasformazione "pittogrammatica" che continuamente esso opera sugli elementi β che vi circolano. Sintesi e punto d'arrivo di tale complessa evoluzione è un modello sensibilmente arricchito rispetto alla sua formulazione originale e ancora più decisamente orientato in senso "costruttivo", dove "le trasformazioni prevalgono sulle interpretazioni" e "le narrazioni assumono un significato trasformativo" (Ferro, p. XVI). Detto ciò, la lettura del libro si raccomanda, oltre che per la presenza dei capitoli che componevano il "vecchio" volume, come quello, illuminante, sul concetto di trauma psichico infantile collegato alla concezione retroattiva della temporalità dell'après-coup (scritto con Jorge M. Mom), per due nuovi e interessanti contributi: "Processo a spirale e campo dinamico" (W. Baranger, 1979) e "La mente dell'analista: dall'ascolto all'interpretazione" (M. Baranger, 1992). Nel primo, fra le altre cose, viene fatta propria la concezione di "processo a spirale" di Pichon-Rivière, che mette significativamente in discussione l'idea meltzeriana "lineare" che il processo analitico si muova invariabilmente e "ideologicamente", dall'inizio alla fine, in direzione della posizione depressiva, intesa come suo obiettivo finale. Nel secondo, di fatto attribuibile a entrambi, gli Autori stessi, con uno sguardo al futuro, integrano nella loro teoria alcuni fra i più importanti sviluppi successivi del concetto di campo, che di fatto legittimano e sottoscrivono di proprio pugno, volgendosi contemporaneamente indietro a indicarne i più significativi precursori, come nel caso dell'interessante sottolineatura della genealogia in buona parte "gruppale" in senso bioniano del loro concetto di fantasia inconscia. Il libro ha il merito di riproporre all'attenzione della comunità psicoanalitica la genesi e gli sviluppi di una nozione ormai fondamentale, dall'indubbio potere euristico ed esplicativo e dall'inconfondibile curvatura olistica tipica di tanta scienza contemporanea, che ripropone in nuove forme, fra le altre cose, il grande problema del realismo scientifico: è, quello di campo, "semplicemente" un utile strumento per descrivere nelle sue molteplici sfaccettature la seduta e più in generale il processo analitico, o descrive una realtà più profonda, un' "essenza" della quale i diversi fenomeni osservabili in seduta sono la conseguenza e la manifestazione? [Giorgio Mattana]

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A CURA DI VITTORIO LINGIARDI, GHERARDO AMADEI, GIORGIO CAVIGLIA, FRANCESCO DE BEI

La svolta relazionale. Itinerari italiani

Franco Angeli Editore

€ 17,50

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Il volume è composto da una serie di contributi che puntano a mettere a fuoco il rapporto fra la psicoanalisi italiana ed il 'movimento relazionale'. La prima parte del volume è dedicata alla descrizione delle basi teoriche del paradigma relazionale, esplorandone radici, caratteristiche e “contaminazioni” culturali. Viene inoltre indagato come la teoria dell’attaccamento e la ricerca in psicoterapia siano entrate in dialogo con il paradigma relazionale. La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della diffusione in Italia del pensiero relazionale, in ambito editoriale, accademico, associativo e dei training. In particolare, lasciando la parola ad alcuni “protagonisti”, viene esplorato come la svolta relazionale abbia influenzato le scuole e le società di psicoterapia (freudiane, junghiane, cognitiviste, ecc) nazionali.

 

Questo libro è una mappa. Un "lovely planet" - dice ironicamente Amadei - invece che un lonely planet dell'orientamento relazionale in psicoanalisi in USA e in Italia. E' una mappa storica, una mappa spaziale, una mappa estensiva. La storia (Amadei, Lingiardi, Dazzi). Gli Autori ci conducono dalla preistoria poliedrica della sensibilità relazionale (Ferenczi, Sullivan, Horney, Racker, Loewald, Gill, Kohut), all'entrata in campo della matrice relazionale (Mitchell, Ghent, Bromberg, Fosshage), e agli sviluppi più recenti (Benjamin, Aron, Dimen, Harris, Beebe). Lo spazio. Forse è il primo libro che, raccontandoci delle origini nordamericane, ci aggiorna sui primi sussulti, sull'attecchimento poi, nel vecchio continente, della sensibilità relazionale e ci rende consapevoli dell'importanza internazionale del gruppo italiano (Nebbiosi, Federici, Caviglia). L'estensione. Alcuni capitoli, piuttosto inusuali, ci mostrano le estensioni dell'orientamento relazionale nei campi affini e meno affini: la teoria dell'attaccamento (Dazzi, De Bei), le scienze cognitive (Liotti), la ricerca empirica (Lingiardi, De Bei). Le voci plurime degli Autori rendono stimolante la lettura, perché confermano nel dettato, che la questione relazionale non è un sistema chiuso, ma in continua evoluzione, accogliendo, sotto lo stesso ombrello delle relazioni esterne in continuità con le relazioni d'oggetto, punti di vista diversi. Gli ultimi capitoli estendono il confronto tra il modello relazionale e la psicoanalisi di Freud (Moccia, Meterangelis) e di Jung (Giannoni). La dedica di una particolare attenzione all'adolescenza (Vanni), tende a individuare questa età come crogiuolo relazionale che guarda a quanto è successo prima e a quanto succederà poi. In conclusione, La svolta relazionale interroga e stimola riflessioni in ogni ambito psicoanalitico italiano, classico e postclassico, offrendo una rete di orientamenti aggiornata e utile [Sandro Panizza]

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FRANCO BORGOGNO

La signorina che faceva hara-kiri e altri saggi

Bollati Boringhieri Editore

€ 28,00

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«Di cosa parla il libro? Dell'enorme quantità di pensiero, d'interesse e di ricerca che molti di nostri pazienti ci richiedono [...] e dei dubbi e degli affetti che ci accompagnano nel nostro viaggio esplorativo con loro [...] Senza mai dimenticare che si parte sempre e inevitabilmente da molto lontano». Niente mi è sembrato di più appropriato, nel presentare l'ultimo libro di Franco Borgogno, che citare le parole con le quali l'Autore indica al lettore la traccia per seguirlo nel suo percorso di psicoanalista dal 1994 a oggi. La signorina che faceva hara-kiri e altri saggi contiene, infatti, un insieme di articoli, conferenze, interviste (in parte già pubblicati) e costituisce il "completamento e la continuazione" del suo precedente Psicoanalisi come percorso del 1999. La prima considerazione che mi è venuta in mente, nel leggere questo libro, riguarda la passione e l'autenticità con cui Borgogno riesce a descrivere la sua esperienza di psicoanalista, oltre alla capacità di trasmettere quel particolare "sapere" che essa veicola. Autenticità, beninteso, che non coincide tout court con la spontaneità o la schiettezza (caratteristiche che pur non mancano a Borgogno come si può cogliere dalle sue note autobiografiche ), ma da intendersi, piuttosto, nell'accezione di autorità, dato che l'analista è implicato, in quanto autore, nel proprio "agire" psicoanalitico. Al di là, aggiungerei, dei modelli teorici di riferimento che legittimano il suo sapere, ma che rischiano, se non rielaborati e soggettivizzati, di rimanere dei vuoti stereotipi. D'altra parte, come afferma lo stesso Borgogno ogni analista ha i propri "tic teorici" che lo guidano nella lettura dei casi clinici (46). Fatta questa premessa, inizierei da quello che egli definisce il suo tic teorico fondamentale riassumibile « [...] nella convinzione che l'ambiente - inteso come insieme di qualità affettive e cognitive dei caregivers - è del tutto fondante per la salute e la malattia dell'individuo, per il suo benessere psichico o per la sua sofferenza [...]» (69). Il tema centrale che attraversa i vari scritti della raccolta è il concetto di deprivazione Spoilt Children, termine, anch'esso, che "viene da lontano" in quanto introdotto da Borgogno nel 1994, già ampliamente trattato ( 1999) e oggetto, nel presente lavoro, del bel dialogo con Dina Vallino (Spoilt Children: un dialogo fra psicoanalisti, 181 ). Si tratta di una particolare condizione di deprivazione affettiva vissuta dal bambino nelle sue relazioni primarie a contatto  con genitori emotivamente assenti, rifiutanti o non responsivi e poco disponibili ad accogliere e sostenere la vitalità del figlio. L'impronta di tale relazione, attraverso un'identificazione massiva con gli oggetti deprivanti, lascerà inevitabili segni nella vita psichica dell'adulto manifestandosi in un pervasivo senso di "non esistenza" e di "morte psichica", annullando ogni spinta vitale, creativa, in altri termini, libidica. Paradigmatico è il caso di M una paziente «molto silente e inerte» (22) con una storia familiare travagliata, che diventa il filo conduttore e costituisce, il "cuore" del libro. Nella prima parte l'Autore offre un resoconto clinico ampio e dettagliato di questa lunga analisi, ne delinea i momenti cruciali, si sofferma sul working through dell'analista, e sulla «lunga onda del transfert- controtransfert» (37), privilegiando soprattutto i sogni portati in seduta dalla paziente a partire da quello inaugurale - una sorta di "carta da visita" - nel quale compare «una persona giapponese di identità incerta che faceva hara-kiri» (23). I sogni, esposti nella loro evoluzione, scandiscono i tempi dell'analisi e diventano, soprattutto nelle prime fasi, il mezzo privilegiato «in quanto ospitano nelle loro immagini la trascrizione di frammenti di esperienza muti, silenti, e non assimilati e "lavorati" a livello simbolico in assenza di mezzi realmente disponibili per la messa in parole e per l'elaborazione» (43). Tocchiamo, qui, una questione di fondo messa in luce da Borgogno circa la necessità di rivedere la posizione dell'analista rispetto ai problemi teorico-tecnici che si troverà ad affrontare nella cura di pazienti con una sofferenza depressiva di tipo schizoide, esprimibile soltanto attraverso «un dolore apatico» (75) che per molto tempo non troverà le parole per essere detto.  «Il problema principale sarà [...] in primis il cercare di raggiungerli» (127). In questa ricerca l'analista dovrà affidarsi, (nonché fidarsi), almeno in un primo momento, alle sue impressioni e sensazioni controtransferali. Nel caso di M l'Autore descrive in modo efficace come la latitanza della parola, la difficoltà ad utilizzare un linguaggio metaforico, abbiano richiesto all'analista un'attenzione partecipe e costante al fine di cogliere quei "segni" verbali o corporei che hanno permesso, nel tempo, di stabilire un contatto con la paziente privilegiando, come «scelta obbligata» (97), l'aspetto interpersonale più che l'interpsichico. Borgogno evidenzia che la peculiarità di questi pazienti nella cui vita ha predominato l'assenza (in senso emotivo) delle figure genitoriali (in particolare quella materna in quanto oggetto primario), è il bisogno di essere visti, di sentire uno sguardo di riconoscimento che provi, innanzi tutto, la realtà della loro esistenza. In questa dialettica del riconoscimento l'analista non potrà sottrarsi - anzi si troverà a viverli sulla propria pelle - a sentimenti di fallimento, di inutilità, essendo le difese primitive messe in atto dal paziente nell'ordine di una «grave frammentazione, dissociazione, scissione, proiezione e totale diniego della vita psichica». Verrà quindi richiesta all'analista la determinazione a non arretrare, a saper sostare, per il tempo necessario, in quella particolare  «dinamica interattiva» definibile come «rovesciamento dei ruoli» (292). Altrettanto inevitabili, saranno "i passi falsi" e gli enactments che l'analista dovrà «transitare e modulare con assiduità e pazienza» (39). Sulla scia  di Winnicott quando afferma che per svolgere la sua funzione in modo sufficientemente buono l'analista dovrà "stare sveglio, stare vivo, stare bene" anche per Borgogno si tratta di non arrendersi, di non adattarsi ai momenti di stallo che rendono, a tratti, impervio il percorso analitico e di conservare la fiducia (102). J. Lacan in altri termini ha parlato di desiderio dell'analista e dell'importanza di non cedere rispetto a questo desiderio. Ciò che l'Autore intende sottolineare, dal punto di vista della tecnica psicoanalitica, è che sono proprio le discordanze, se confrontate con criteri "classici" utilizzati nelle analisi con pazienti "nevrotici", a diventare fattori di cura che rendono pensabili e possibili le aperture al cambiamento. Come scrive Theodor Jacobs «Franco Borgogno ha convincentemente mostrato con il suo impegno analitico che, per trattare pazienti profondamente sofferenti come M, occorre adottare uno stile esplorativo che getti un ponte tra le realtà intrapsichiche e le realtà interpersonali» (80). A tale proposito, si rivela particolarmente emblematico e chiarificatore il racconto di un momento dell'analisi con M. Dopo un periodo di apparente buona alleanza terapeutica, il clima analitico ritorna ad essere vischioso, confusivo e immobile.  Ai tentativi da parte dell'analista di interpretare alla paziente un silenzio prolungato e ostinato, essa risponde con l'espressione (immagine evocativa) "fare quadrato". L'analista, esasperato, reagisce allora con un'interpretazione "roboante e veemente" - l'immagine è quella di un rombo «come risposta al quadrato» (27) - esprimendo così il proprio desiderio di essere aiutato a capire per superare l'impasse. Un'interpretazione emotivamente significativa che ripristina, per così dire, una sorta di geometria affettiva nella quale la paziente sembra accorgersi della reciproca alterità: «Se uno scopre che un effetto sugli altri è reale, esiste: quindi anche gli altri esistono per lui e sono reali. E' questo che lei mi dà. Non un rumore indistinto e tormentante [...] E' qualcosa che giunge a "rombarti" dentro, che è vivo e non morto e ti fa risorgere» (31). E' senz'altro un passaggio fondamentale nel quale M sperimenta, in modo inedito, quel senso di agency, vale a dire «il sentimento di avere un impatto sugli altri» (126), che nasce originariamente dal venire riconosciuti dai propri caregivers, e acquisisce la consapevolezza di un proprio valore soggettivo che diventa preliminare a quel processo di decolonizzazione e disidentificazione nei confronti degli oggetti parentali mortiferi introiettati dai quali, e solo a queste condizioni, sarà in grado di separarsi. Verrà un tempo successivo in cui la paziente potrà trovare lo spazio per ri-costruire la propria storia, «scoprire e narrare la sua verità di fronte all'analista» (34), che diventerà, a questo punto, testimone partecipe e silenzioso del suo racconto. Bion, Winnicott, Heimann, i Balint, sono alcuni tra gli autori preferiti da Borgogno, oltre naturalmente Freud al quale, tuttavia, egli non risparmia delle critiche (anche se non del tutto condivisibili) riguardo alla "parzialità" della sua lettura del caso del piccolo Hans (Little Hans Updated, 213). Ma il maestro a lui più caro è senza dubbio Ferenczi, le cui intuizioni teoriche e cliniche hanno anticipato le riflessioni più recenti sullo sviluppo infantile e l'Infant Research, ma anche sugli stati limite e le patologie gravi. Accanto agli scritti dell'Autore che in questa raccolta raggiungono una loro compiutezza, sia in senso teorico che clinico, troviamo i contributi di numerosi colleghi psicoanalisti (Altman, Goretti Regazzoni, Jacobs, Nemirovsky, Schellekes, Sklar, Slavin, Vallino, Vigna-Taglianti), i quali, in modo interlocutorio, con i loro commenti, interrogativi o appunti critici, apportano stimoli e idee permettendo di rileggere il caso di La Signorina che faceva hara-kiri da più angolazioni e prospettive teoriche. Ho parlato di compiutezza in quanto il lavoro di Borgogno non giunge a delle conclusioni perché, come lui stesso afferma nell'ultimo capitolo «non esiste una conclusione» (283). Se pensiamo, infatti, all'esperienza analitica come alla metafora del viaggio (così cara agli psicoanalisti), sappiamo che tale esperienza non si esaurisce con la fine di un percorso, «non ha una conclusione se non provvisoria», e resta in un certo senso nell'ordine dell'interminabile. Ma questo, ci ricorda Borgogno citando Saramago, i poeti lo sanno dire meglio: «Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono continuare ad esistere nella memoria, nel ricordo, nei racconti. La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro [...]» (284). Mi ritornano in mente le parole di commiato di Silvia (una paziente con una storia molto dolorosa e per certi aspetti simile a quella di M): "Quello che ho ricevuto dall'analisi, che mi ha permesso di fare dei passi in avanti, che sento appartenermi e desidero saper fare per il mio futuro, è la capacità di spostare le cose sempre un poco più in là." [Laura Contran]
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ANTONIO ALBERTO SEMI

Il metodo delle libere associazioni

Raffaello Cortina Editore

€ 15,00

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Il metodo psicoanalitico delle libere associazioni è un metodo generale di investigazione dell'attività psichica umana. Elaborato a partire dal metodo catartico, esso si realizza in ambito clinico mediante regole tecniche finalizzate in parte a delimitare il contesto operativo, in parta a realizzare l'indagine vera e propria. Le libere associazioni consentono di osservare idee improvvise o in apparenza non pertinenti che affiorano alla coscienza dell'analizzando. E anche di osservare gli impedimenti sia al loro libero fluire sia alla loro comunicazione. Diventa allora importante creare le condizioni affinché l'impedimento sia individuato e isolato, riconosciuto per quello che è, un contenuto inconscio proveniente dalle acquisizioni personali del paziente, e infine interpretato e compreso. E tutto questo deve accadere nel corso del trattamento e deve essere analizzato cercando di non introdurre "materiale" dall'analista, cercando insomma di consentire al paziente di fare davvero esperienza di sé, del proprio mondo inconscio. Questo libro dimostra come il metodo delle libere associazioni non solo informi la relazione paziente-analista, ma sia alla base del pensiero stesso della psicoanalisi. Mostra, inoltre, come debba essere applicato e in base a quali motivazioni, quali difficoltà comporti e quali illuminanti aperture consenta su se stessi. Un manuale d'uso che invita alla scoperta.

E' osservazione ormai comune che esistono molte attività che vengono chiamate psicoanalisi. Di questo l'Autore è ben consapevole e da tale constatazione sembra partire per descrivere con rigore il metodo delle libere associazioni nella psicoanalisi freudiana. Per Freud il metodo si prefigge di creare le condizioni atte a ristabilire la continuità psichica interrotta dalle necessità difensive dell'individuo che, nel loro insieme, stanno alla base dello svilupparsi della nevrosi. Nasce, quindi, all'interno di una specifica concezione dell'individuo, di una teoria che ha pensato un apparato psichico, sue regole di funzionamento e relative possibilità di intervento. Succede allora che leggendo il libro, man mano che si procede nella comprensione del metodo, delle sue ragioni e delle sue regole, si delineano sullo sfondo caratteristiche e specificità di quella teoria. Semi mostra che c'è una stretta coerenza tra metodo e teoria all'interno della quale tale metodo è stato sviluppato. E' perfettamente consapevole che medesimi termini possono avere significati diversi per i vari psicoanalisti (leggi per i sostenitori delle diverse psicoanalisi) e sceglie di illustrare un punto di vista specifico, quello freudiano, invitando implicitamente a definire con chiarezza (e possibilmente, aggiungerei, altrettanta coerenza) quelli differenti. «Il metodo psicoanalitico si basa sulla collaborazione tra due persone al fine di consentire ad una delle due il ripristino della funzione associativa» (52). Esso implica un assetto di lavoro in cui analizzando ed analista intrecciano libere associazioni ed attenzione ugualmente fluttuante in quanto «il ripristino della funzione associativa può avvenire solo in presenza di un altro» (51). Ne deriva che «se la psicoanalisi è centrata sulla persona del paziente questo è dovuto non ad un atteggiamento ‘individualistico' o ‘intrapsichico' o ‘antirelazionale', ma alla consapevolezza della fallimentarietà delle situazioni cliniche nelle quali la suggestione ha una parte importante» (29). L'impiego del metodo ha come presupposto che "la parola è un'azione" (cfr. p. 24) e ciò determina nell'individuo "un analogo al teatro greco" (cfr. p. 26) in cui il linguaggio "dà voce a personaggi che sono interni al soggetto". Come è noto, il metodo psicoanalitico delle libere associazioni è stato sviluppato da Freud studiando e trattando le nevrosi. Semi parte da questo dato per indagarne le implicazioni: «La nevrosi è una malattia storica. Nel senso che occorre un determinato tipo di soggettività per poterla elaborare o, viceversa, che un certo tipo di soggettività comporta la possibilità della nevrosi» (13). «La stessa cosa si può dire del metodo delle libere associazioni, metodo possibile solo in un contesto nel quale la soggettività è possibile e fondante per l'individuo e l'ancoramento della vita psichica ad una realtà esterna, meta-fisica, una realtà tale da garantire l'esistenza di tutte le altre realtà, non è più necessario» (pp. 13-4). Un ambito quindi specifico e ristretto che lascia aperta la necessità di individuare le strade per rendere possibile, quando già non lo sia, l'applicazione del metodo e quindi anche l'opportunità di interrogarci come (e se) al di fuori di questo specifico ambito possa essere utilizzato ed eventualmente che caratteristiche assuma e che ragioni lo sostengano. Infatti, se comunemente il metodo delle libere associazioni è presentato come "il metodo della psicoanalisi", un metodo che la attraversa tutta, dalla clinica alla teoria ed è uno dei terreni in cui sembra esserci unanimità tra gli psicoanalisti (unità più celebrata forse che indagata), l'Autore ci propone una serie di distinguo e ci invita ad un confronto che potrà anche dividerci: «l'ecumenismo teorico che sbarrava il passo a discussioni ritenute drammaticamente fallimentari e fallimentarmente drammatiche è arrivato ormai al termine del suo tragitto» (p. XI). Si tratta di un libro che nasce dalla prolungata esperienza di insegnamento ai Candidati Psicoanalisti; è quindi un libro che mira ad insegnare e sa farlo (e sarà di grande aiuto nella formazione) ma non di meno a far discutere e cioè a far pensare (invitandoci tutti a collocarci in questo dibattito). [Patrizio Campanile]
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MARISA MALAGOLI TOGLIATTI, ANNA LUBRANO LAVADERA

Bambini in tribunale. L'ascolto dei figli contesi

Raffaello Cortina Editore

€ 23,00

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L'entrata in vigore nel 2006 della legge sull'affidamento condiviso ha ribadito l'importanza di ascoltare i bambini coinvolti nei procedimenti di separazione e divorzio. Il volume si propone di analizzare con rigore e completezza i problemi che l'ascolto dei minori pone ai giudici e ai vari professionisti che intersecano il percorso connesso allo scioglimento del legame tra i genitori. Attraverso il contributo di giuristi e psicologi vengono fornite indicazioni per un buon ascolto delle esigenze dei bambini da parte degli psicologi clinici e degli operatori dei servizi sociali attraverso esempi di metodi orientati a una riorganizzazione delle relazioni capace di salvaguardare la continuità dei legami familiari. .
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GIORGIO MENEGUZ

Il mondo degli psicoanalisti. Formazione psicoanalitica e qualità di rapporto con i colleghi

Liguori Editore

€ 19,90

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Il libro tratta un argomento poco o nulla studiato in psicoanalisi: il legame tra la formazione psicoanalitica e la qualità dei rapporti che i colleghi instaurano tra loro a livello sia verticale che orizzontale. Attraverso uno sguardo analitico nelle pieghe della storia emozionale della grande famiglia psicoanalitica, l’autore prende in esame una serie di relazioni paradigmatiche “maestro/allievo” indicando la necessità che la psicoanalisi interroghi sé stessa, con i suoi peculiari strumenti, nei punti nodali delle sue consustanziali aporie. Rivalutando pienamente il valore critico e terapeutico della psicoanalisi, questo saggio è un originalissimo contributo alla discussione sul processo di costruzione del training e dell’identità sociale e scientifica della psicoanalisi, dello psicoanalista e dello psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico.
In questo libro l'autore indica alcuni aspetti problematici inerenti la relazione tra etica, deontologia e psicoterapia. Molti psicoterapeuti tenderebbero a bypassare l'importanza della dimensione etica soggettiva dell'agire professionale, generalmente considerata un'implicita ovvietà. La mancanza di una ponderata e costante consapevolezza critica circa alcune variabili personali, soprattutto preconsce, inevitabilmente implicate nell'agire terapeutico, porta a velare l'esperienza del dubbio etico soggettivo che ogni terapeuta inevitabilmente incontra nello svolgimento del suo lavoro. I problemi di collisione tra etica e deontologia sono di non facile soluzione, in quanto rimandano alla complessa e non risolvibile questione della funzione responsabile dello psicoterapeuta, embricato tra i valori (teorici) della psicoterapia e i valori (effettivi) della società in cui, col suo paziente, è inserito. Proprio questi problemi trovano, in questo libro, alcune possibili risposte.

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GIUSEPPE CIVITARESE

La violenza delle emozioni

Raffaello Cortina Editore

€ 22,00

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L’autore coniuga la capacità di introdurre il lettore nel clima intimo della seduta d’analisi con un’appassionata rilettura di Bion. Per valorizzare sia la natura empirica della psicoanalisi sia la sua straordinaria capacità di originare ipotesi illuminanti sul funzionamento della mente, le esemplificazioni cliniche si alternano alle argomentazioni teoretiche. Il modello psicoanalitico con cui Civitarese guarda alle une e alle altre è la teoria del campo analitico. Sviluppata da differenti autori, tra i quali Antonino Ferro, a partire innanzitutto da Bion e poi da contributi dei Baranger, di Grotstein e di Ogden, la teoria del campo analitico evidenzia la natura sociale della soggettività e, nella clinica, la dimensione intersoggettiva e onirica in cui si svolge la seduta. Questo porta a un modo nuovo di leggere i fatti dell’analisi.
Il volume, tuttavia, segue un filo ancora più specifico poiché focalizza l’attenzione sulla centralità delle emozioni nella vita psichica, tema che l’autore ritrova ed esplora nel pensiero di Bion e degli autori postbioniani e che intende come un modo per indagare i livelli più primitivi e profondi del mentale.

La radicalità dell’approccio e l’ampiezza delle interrogazioni con cui Civitarese cimenta se stesso e il lettore fanno sì che attraverso gli otto capitoli di questo libro (che si inoltra in temi come quello del corpo, della memoria…) si dispieghi una sorta di bilancio, provvisorio certo, ma assai significativo e mai generico o elusivo, del confronto in corso e dei rapporti di continità/discontinuità tra l’idea classica che abbiamo ereditato di psicoanalisi e l’idea di psicoanalisi che nasce dalla ricerca post-bioniana. Semplificando, tra una psicoanalisi delle memorie e dei “contenuti dell’inconscio”, ed una “psicoanalisi del contenitore, “tra la memoria-magazzino di Freud e la memoria sognante della veglia di Bion, tra una scienza degli archivi, delle cancellature e degli scarti della memoria e una scienza dell’at-one-ment”; o, se si vuole, tra una psicoanalisi centrata sull’ interpretazione, sull’ermeneutica delle formazioni già istituite dell’inconscio (di analizzandi e analisti) e una psicoanalisi centrata sull’estetica della ricezione/trasformazione. Questo raffinato testo di Civitarese, ben consapevole del rischio di queste derive, non solo non incorre in queste ingenuità, ma è in larga parte dedicato a mostrare, sia sul piano teorico che, soprattutto, su quello clinico, come i temi della psicoanalisi classica, i riferimenti allo storico, all’intrapsichico, alla durata, alla sessualità, ben lungi dallo svanire anzi rinascano e riprendano vita, semmai arricchiti, all’interno della prospettiva post-bioniana. Nell’ottica “di campo”, i rapporti tra asse sintagmatico-diacronico-lineare e asse paradigmatico-sincronico-coesistente-di sistema, tra dimensione storica e dimensione dell’attualità, tra intrapsichico e interpsichico, tra transfert e relazione innovativa, tra differenza e ripetizione, tra cesura e censura… sono ri-pensabili rigorosamente e non ecumenicamente; e soprattutto sono esperibili in modo vitale, live, non astrattamente cognitivo. Tutto bene, dunque? Un libro per tutti? Neanche per sogno. Fedele al motto di Blanchot che “la risposta è la maledizione della domanda” e, soprattutto, bionianamente travagliato e preso egli stesso da un lato dall’esigenza di rigore e dall’altro da un sentimento profondo della complessità dei fenomeni indagati, Civitarese è continuamente sospinto, in modo pressante, verso i margini del pensato, verso il non ancora determinato, il non evidente, il non esplorato; e così, nella sua ricerca psicoanalitica che potremmo definire metodicamente “non evidence based”, cioè rivolta ai margini “non evidenti” che ogni evidenza lascia in ombra ma di cui pure ogni evidenza si nutre e costituisce, egli ci trascina in un reticolo di espansioni che arricchiscono in modi inaspettati le nostre possibilità di pensiero e comprensione; ci fanno oscillare a 360 gradi tra raffinate elaborazioni teoriche e vertiginose immersioni relazionali, tra affetti e concetti, tra violenza delle emozioni e sofisticati riferimenti culturali. Ma alla fine ci lasciano, appunto, con moltissime domande aperte. Vi è tuttavia un asse centrale, un vero filo rosso, del discorso di Civitarese, che mi trova particolarmente sintonico. Si tratta del tema estetico. Bisogna qui intendersi, per evitare banalizzazioni e incomprensioni. L’estetica e il riferimento all’esperienza artistica, non sono per Civitarese, in psicoanalisi, qualcosa di esornativo, o di semplicemente esemplificativo delle rappresentazioni inconsce, o un modo per descrivere in modi suggestivi e magari anche eleganti, qualcosa che con l’esperienza estetica ha relativamente poco a che fare. L’esperienza estetica è, in senso forte, come Civitarese ripetutamente afferma, l’“elemento più profondo della psicoanalisi”, centrale sia nella costituzione della mente che nella costituzione del senso nella situazione analitica. L’esperienza psicoanalitica è fondamentamente un’esperienza estetica. In questo sta l’importanza radicale della riflessione estetica per la psicoanalisi. [
Francesco Barale]

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FRANCESCO GAZZILLO, ANDREA FONTANA (a cura di)

La teoria dell'attaccamento nel lavoro clinico con i bambini

Borla Editore

€ 25,00

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In questo libro compare finalmente la prima traduzione italiana de I dieci anni dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino, volume curato nel 1930 da Max Eitingon, uno dei primi e più importanti allievi e collaboratori di Freud. Il Policlinico dell'Istituto di Berlino è stato una delle massime realizzazioni del movimento psicoanalitico, la prima e la più importante dal punto di vista organizzativo, della formazione, dell'attività clinica e dell'impegno culturale e sociale. Alcuni saggi di commento completano l'opera collocando l'esperimento berlinese nel quadro storico, politico e psicologico della Germania negli anni tra le due guerre, e ne sottolineano le implicazioni per il presente e il futuro della psicoanalisi. In un periodo di crisi economica e culturale come quello che stiamo vivendo, l'opera scientifica, sociale ed etica degli analisti del Policlinico di Berlino dimostra tutta la sua attualità.

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DAVID OPPENHEIM, DOUGLAS F. GOLDSMITH (a cura di)

La teoria dell'attaccamento nel lavoro clinico con i bambini

Borla Editore

€ 38,00

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La ricerca sull'attaccamento ha un potenziale formidabile per aiutare i clinici a capire cosa accade quando i legami genitore-bambino sono interrotti e cosa può essere utile in queste situazioni. Tuttavia, in questo campo, perdura ancora un ampio divario tra teoria e pratica. Questo libro, che presenta approcci clinici innovativi ed efficaci, mette insieme i contributi di scienziati e professionisti di primo piano allo scopo di esaminare i recenti progressi della ricerca sull'attaccamento e tradurli in linee guida pratiche per il lavoro terapeutico. Include un'ampia gamma di strategie di valutazione e di intervento utili a trattare i problemi della relazione genitore-bambino e presenta alcuni modelli di intervento esemplari, che includono la terapia genitore-bambino, interventi di gruppo e nel contesto pre-scolare. I contributi evidenziano come le misure dell'attaccamento possano produrre riflessioni di grande valore per comprendere le difficoltà emotive e relazionali di bambini e caregiver, in modo da facilitare la valutazione del caso clinico e la pianificazione del trattamento. "Questa presentazione, di inestimabile valore, di applicazioni cliniche all'avanguardia... è un testamento molto persuasivo della profonda rilevanza della teoria dell'attaccamento per il lavoro terapeutico e la prevenzione" [Peter Fonagy]

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FABRIZIO RIZZI, DANIELA FEDERICI, LISA TOMASELLI

Senso di responsabilità e relazione psicoterapeutica

Clinamen Editore

€ 14,00

 

Mentre è ampio il numero dei testi che trattano della responsabilità in psicoterapia sul piano strettamente giuridico-legale o più genericamente deontologico, sembrano invece introvabili dei libri che abbiano come tema specifico il senso di responsabilità vissuto dal terapeuta e dal paziente. Se l'interesse si sposta dal primo al secondo ambito, si transita da un piano più astratto e generale ad un territorio certamente più personale e coinvolgente. Per i partecipanti alla relazione di cura, il sentirsi responsabili non dipende tanto da leggi o regolamenti generali quanto da rappresentazioni mentali ed affetti individuali spesso complessi e comunque sperimentati dentro altrettanto complessi itinerari di cura.Tema di questo libro è appunto il senso di responsabilità vissuto da entrambi i protagonisti della relazione psicoterapeutica. Cosa fa sì che il curante si senta responsabile verso il suo paziente? E cosa promuove nel paziente l'essere parte attiva nella terapia? Sono in gioco soprattutto variabili culturali, aspetti di personalità o particolari qualità del legame di attaccamento che s'è creato? Ognuno dei tre autori cerca di rispondere a questi e ad altri interrogativi.

 

 

 

JAMES S. GROTSTEIN

Un  raggio di intensa oscurità. L'eredità di Wilfred Bion

Raffaello Cortina Editore

€ 37,00

 

In questo volume di oltre 400 pagine ci si addentra nei meandri del pensiero bioniano grazie alla testimonianza di uno dei più eminenti psicoanalisti analizzati dallo stesso Bion, uno straordinario lavoro che è giusto definire "un sogno sulla sua intera opera, e come tale permette infinite associazioni. Un sogno che non è da decodificare, ma che apre continuamente a nuovi pensieri e che sviluppa la capacità stessa di pensare" (dall'introduzione di Ferro e Beebe Tarantelli); in sintesi, un'opera che testimonia la gratitudine di un uomo verso il proprio analista, ma anche un originale tentativo di illustrare l'eredità di questo geniale pensatore. Il lavoro di Grotstein non è un'opera sistematica, né un'esegesi dell'opera di Bion: a questo hanno già provveduto i testi di Grinberg, Sor, De Bianchedi (1977), Bléandonu (1993), Joan e Neville Symington (1996), Lopez-Corvo (2003) e Meltzer (1978), per citare i più importanti, che tuttavia partecipano attivamente nel testo come interlocutori privilegiati. L'autore afferma di "giocare" con le idee di Bion, più o meno come Bion "giocava" con le idee di Freud e Melanie Klein. E nel fare questo, riflette sull'enorme quantità di "strumenti per pensare" forniti da Bion a tutto il movimento psicoanalitico, strumenti che hanno consentito che si potessero cucinare gli ingredienti emotivi (metafora culinaria tanto cara a Ferro), la sensorialità e le protoemozioni portate da ogni singolo paziente, e che meta dell'analisi divenisse anche lo sviluppo di questi strumenti. Nel lavoro di Grotstein vengono descritte le due anime di Bion: l'una, quella più razionalistica, cercava di imbrigliare (o addomesticare, per utilizzare un termine bioniano) l'altra più intuitiva. Ciò viene spiegato anche nei termini delle due anime, indiana e britannica: quella del Bion sognatore e del Bion pensatore, estremamente curioso e fiducioso nei confronti della propria mente ("Non vedo l'ora di sentire quello che ho da dire", commentava spesso all'inizio dei suoi seminari, p.31). Sono tanti i chiarimenti offerti al lettore, uno su tutti, il senso del cosiddetto "aspetto mistico" di Bion, aspetto che non ha nulla a che vedere con l'accezione religiosa del termine, bensì con la capacità dell'analista di rêverie, intuizione e compassione nei confronti del proprio paziente. Il dominio della psicoanalisi è quello di una scienza non lineare, in continua costruzione, esposta a violente turbolenze e cambiamenti catastrofici, quali necessariamente il rapporto con l'altro implica. Il mistico - in questo senso - è colui che è capace di tollerare l'assenza di significato. Da questa concezione deriva l'atteggiamento appropriato con "lo sconosciuto", definito capacità negativa, che, come è noto, Bion individua in una lettera di Keats: "...cioè quando un uomo è capace di starsene fra le incertezze, i misteri, i dubbi, senza abbandonarsi a quell'irritabile annaspare per rincorrere i fatti e le ragioni...". Il volume, volutamente strutturato nella forma di "diario personale", fornisce un'immagine di Bion estremamente variegata: dal Bion analista (grazie alle numerose testimonianze dello stesso Grotstein), al Bion teorico (attraverso l'esposizione di frammenti clinici e teorici, sistematizzati per argomenti), fino alla complessità e originalità del Bion uomo, condensate in questo passo tratto dall'apertura di una conferenza a New York del 1977, che non può che ricordare l'incipit de L'uomo senza qualità di Musil: "Bene, eccoci qui. Ma dov'è "qui"? Mi ricordo di una volta, quando avevo un indirizzo - circa settant'anni fa - e questo indirizzo io lo scrivevo: "Newbury House, Hadam Road, Bishops Stortford, Hertfordshire, England, Europe". Un altro ragazzino mi disse: "Non ci hai messo "Mondo". E così ci misi anche quello. Più tardi mi venne detto dagli astronomi che noi facciamo parte di un universo nebulare, di una nebulosa spirale a cui appartiene il nostro sistema solare. [...] Secondo gli astronomi questa nebulosa spirale, di cui il nostro sistema solare fa parte, è essa stessa in rotazione; c'è un enorme distanza tra un lato e l'altro e ci vuole moltissimo tempo, dal nostro punto di vista, prima che ci ritroviamo nello stesso posto - qualche cosa come due volte dieci elevato a potenza di otto milioni di anni luce - davvero così lontano che se guardiamo verso il centro della galassia non c'è nulla da vedere tranne i resti della Nebulosa del Cancro, che è ancora in via di esplosione. A noi sembra immensa perchè siamo creature così effimere!" [Luca Bartolucci]

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MANFRED POHLEN

In analisi con Freud. I verbali delle sedute di Ernst Blum del 1922

Bollati Boringhieri

€ 29,00

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È il 1922 quando Ernst Blum arriva a Vienna da Zurigo. Nella primavera di quell’anno vivrà un’esperienza destinata a cambiarlo per sempre: un trimestre di analisi con Sigmund Freud. Settantacinque ore di dialogo psicoanalitico capaci di abbracciare tutta una vita e di segnare profondamente l’esistenza di Blum. Di questa analisi breve e intensa è possibile oggi, per la prima volta, leggere i verbali stenografici, che Blum raccolse in presa diretta per le prime cinquantacinque ore e custodì gelosamente, come un tesoro personale, fino all’incontro, negli anni settanta, con il collega Manfred Pohlen. In questo volume Pohlen finalmente rende accessibile un documento preziosissimo, irripetibile istantanea della prassi freudiana, destinata inesorabilmente a sfatare alcuni dei capisaldi ancora invalsi nell’ortodossia psicoanalitica. I verbali di Blum si affiancano così ai ricordi di altri pazienti famosi di Freud: Hilda Doolittle, Marie Bonaparte, Helene Deutsch, Lou Andreas-Salomé, e poi, ancora, Blanton, Kardiner, Wortis... Hanno però qualcosa in più. La precisione, il dettaglio, la sistematicità con cui è descritto il processo psicoanalitico, nonché i temi affrontati esplicitamente durante l’analisi, tra cui la comune matrice culturale ebraica di Freud e Blum, rendono i verbali una testimonianza unica nel suo genere ed esemplificano al meglio la potenza scardinante e rivoluzionaria della creazione freudiana. Manfred Pohlen è stato direttore della Clinica di psicoterapia della Philipps- Universität di Marburg. Ha pubblicato anche, tra gli altri, insieme a Margarethe Bautz-Holzherr, Eine andere Aufklärung. Das Freudsche Subjekt in der Analyse (Suhrkamp 2001). Nei suoi contributi si è spesso soffermato sull’evoluzione della psicoanalisi europea nel dopoguerra, con l’intento di recuperare il contenuto intrinsecamente «sovversivo» e illuministico propri degli strumenti conoscitivi psicoanalitici.

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PAOLO MIGONE

Terapia Psicoanalitica. Seminari. Nuova edizione aggiornata

Franco Angeli Editore

€ 39,00

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Sono passati quindici anni dalla prima edizione di questo libro, di cui sono state fatte numerose ristampe. Risultando di nuovo esaurito e dovendo decidere se ristamparlo, l'editore mi ha chiesto se non fosse il caso di scriverne una nuova edizione. Trovatomi di fronte alla sua stesura, mi sono subito reso conto che avrei potuto modificare o aggiungere molte parti, però in questo caso non sarebbe più stata una nuova edizione, ma un nuovo libro. Ad esempio nella prima parte, dove confronto la psicoanalisi rispettivamente con la terapia sistemica, la psicoterapia breve ad orientamento psicoanalitico, la psicoterapia psicoanalitica e la terapia cognitiva (capitoli 2-5), avrei potuto aggiungere capitoli in cui discuto le differenze tra la psicoanalisi e altri approcci di cui in questi anni mi sono occupato, come l'approccio rogersiano, l'ipnosi, o la terapia corporea. E ai capitoli 8-10, dedicati alle personalità borderline, istrionica/isterica e narcisistica, avrei potuto aggiungere capitoli su altri disturbi di personalità, come quello paranoide, schizoide, schizotipico, antisociale, ossessivo-compulsivo e così via. Avrei potuto ristrutturare il libro dividendolo in parti dedicate agli argomenti principali (confronto tra approcci, disturbi di personalità, ecc.). E tutto questo non solo avrebbe voluto dire produrre un nuovo libro, ma lo avrebbe reso di dimensioni eccessive. Ho optato quindi per la soluzione più semplice, quella di aggiornare i capitoli senza modificare la struttura del libro. Nella bibliografia, che è stata notevolmente ampliata, il lettore particolarmente motivato troverà comunque molti dei lavori che avrei potuto aggiungere (questi sono così numerosi che, volendo, potrebbero essere la base di altri libri, se solo avessi il tempo e la pazienza di lavorarci). Rileggendo i capitoli, mi sono reso conto che in effetti alcuni di essi presentano trattazioni approfondite di argomenti importanti, centrali per la nostra disciplina, che quindi possono essere utili a tanti colleghi e anche agli studenti. Il mio punto di vista, come ho accennato nella prefazione alla prima edizione, non è del tutto comune nella letteratura del settore perché è molto critico, spesso va contro opinioni date per scontate e soprattutto cerca il più possibile di rispettare lo sviluppo dei concetti nella loro evoluzione storica. Tutti i capitoli sono stati rivisti e aggiornati in alcune parti. Quelli che ho maggiormente ampliato sono i seguenti: il Cap. 5 ("Le differenze tra psicoanalisi e terapia cognitiva") dove ho approfondito la "teoria del codice multiplo" di Wilma Bucci; il Cap. 8 ("La personalità borderline") dove ho discusso alcuni aspetti della Transference-Focused Psychotherapy (TFP) di Otto Kernberg e ho aggiunto parti sul Mentalization-Based Treatment (MBT) di Peter Fonagy e sulla Dialectical-Behavior Therapy (DBT) di Marsha Linehan; il Cap. 10 ("La personalità narcisistica") dove ho ampliato la discussione del contributo di Heinz Kohut; il Cap. 11 ("Il problema della validazione scientifica della psicoanalisi") dove ho aggiornato la parte sulla storia del movimento di ricerca in psicoterapia con cenni anche sulla situazione italiana; e il Cap. 14 ("Cronache psicoanalitiche: il caso Masson") dove ho aggiunto molti particolari di questa curiosa e divertente storia. Come dicevo nella prefazione alla prima edizione, questo non è un libro a tutti gli effetti (con un soggetto, un suo svolgimento, ecc.), ma una raccolta di articoli su argomenti diversi che possono essere letti indipendentemente l'uno dall'altro. Il lettore quindi può iniziarlo dal capitolo che gli interessa di più. Il motivo per cui la bibliografia finale è risultata molto lunga è dovuto al fatto che non si riferisce a un argomento solo, ma a tanti argomenti quanti sono i capitoli, come se fosse, per così dire, la bibliografia di tanti libri. Ma, come dicevo prima, ritengo che i vari capitoli non siano scollegati perché il filo conduttore che li tiene assieme è l'interesse per lo sviluppo storico dei concetti e uno spirito critico, la curiosità e il piacere di aprire nuovi problemi senza trovare facili soluzioni. E questo può andare molto bene, perché la psicoanalisi, qualunque cosa significhi, non è qualcosa di compiuto o definitivo, per cui penso che nessun "libro" possa essere scritto su di essa.
Una mia caratteristica - pregio o difetto dipende dai punti di vista - è quella di essermi sempre interessato a temi diversi senza fissarmi su un solo argomento. Infatti a me, per così dire, non è mai veramente interessato alcun argomento in quanto tale, ma sempre le implicazioni di ogni argomento per questioni più generali, o il motivo per cui, ad esempio, un problema viene posto in un modo e non in un altro. In altre parole, quello che mi ha sempre interessato non è cosa un problema "è", ma cosa "non è", quello che vi è dietro o cosa nasconde: è in questo modo che forse ci si può avvicinare a capire quello che esso "potrebbe essere". [Paolo Migone, Prefazione alla Nuova Edizione]

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Psicoterapia Psicoanalitica. Rivista. Anno XVI. Numero 1. Gennaio-Giugno 2009

"Finire la cura"

Borla Editore

€ 26,00

 

Particolarmente interessante il tema di questo numero monografico di Psicoterapia Psicoanalitica, rivista semestrale a cura della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP): quello appunto della conclusione dell'analisi (e quindi della psicoterapia in generale). Come osserva Riggi in uno dei contributi, è un tema "solitamente abbastanza eluso. Ci si occupa tanto del primo colloquio, della presa in carico, della definizione del setting, ma assai poca attenzione si dedica alla fine [...] Come paradosso geometrico, potremmo dire che la fase terminale dell'analisi ne costituisce il centro. Senza fine non c'è analisi. E ciò vale probabilmente per tutte le esperienze della vita, che esistono in quanto validate dalla loro conclusione". Il volume non è una rassegna della vasta letteratura sulla fine della cura che, a partire da Analisi terminabile e interminabile (Freud, 1937) continua a impegnare la riflessione psicoanalitica. E' piuttosto quasi un tentativo di rispondere alla classica domanda (del paziente e del terapeuta): "Quanto durerà?" Secondo Green (2001) paziente deve acquisire una capacità di autoanalisi tale da poter far a meno del proprio analista, e non rimanere per sempre insediato nell'atemporalità della cura". Meltzer (1967) risponderebbe che "l'analisi è un processo che dura tutta la vita: assumere la capacità autoanalitica significa che un paziente può estendere i guadagni acquisiti senza l'ausilio di regolari sedute con il suo analista"; la Tustin (cit. in De Masi, 2006) afferma: "L'analisi non sempre arriva alla fine in modo preciso, ben impacchettata e con un fiocco sopra, ma continua anche dopo che il contatto fisico è venuto meno e forse è proprio allora che si compie la parte più vitale del lavoro". In casi particolarmente "insabbiati", vi sono persino strategie per favorire la fine della cura: ad esempio, la scelta di darsi un termine comporta un'accelerazione, una "perturbazione del sistema", l'avvio di dinamiche peculiari relative alla separazione e la necessità di storicizzare l'esperienza analitica. Come è noto, Freud fissò un termine di fine analisi per spronare il suo paziente nel caso dell' "uomo dei lupi". Ma prima di ogni altra cosa, la conclusione dell'analisi è la fine della storia tra due persone, ed è all'interno della relazione transfert-controtransfert che l'evento separativo acquista una valenza unica e irripetibile. L'approssimarsi della necessità di concludere l'analisi è segnalata in molti modi e fa riferimento a una quantità di modelli diversi. Si può intendere avviata a conclusione un'analisi quando essa ha risposto alle richieste iniziali o a quelle sviluppate in corso d'opera. Si può concepire la fine dell'analisi come parte di un processo naturale finalizzato all'autonomia del paziente. Si possono individuare degli indicatori relativi alle teorie di riferimento (costituzione di una corretta dialettica contenitore-contenuto, accesso alla posizione depressiva, integrazione di parti scisse, rafforzamento dell'Io, sviluppo di un'adeguata capacità di adattamento, ridimensionamento delle difese arcaiche e attivazioni di difese più evolute, allentamento della rimozione e conseguente presa di coscienza di contenuti rimossi, acquisizione di una soddisfacente capacità narrativa, acquisizione di una sufficiente capacità negativa, etc.), ben consapevoli che ogni paziente avrà il proprio "filo di lana" e che "molti pazienti finiscono l'analisi nel punto in cui altri l'avrebbero iniziata" (Meltzer, cit. in Ferro, 2003). Tanti e diversi i contributi del volume: si descrive la visione "traumatica" della fine (Lucchetti e Pozzi), si prospettano alcuni scenari possibili della fine (De Marchi), si riflette sulla interminabilità (Toti), sui mutamenti (Starace), e anche su quando non si deve concludere la cura (Milano). Particolarmente intensi i contributi di Antonio Alberto Semi ("Note sulla cura della fine del trattamento"), in cui l'autore rilegge i propri appunti di una seduta, ad analisi terminata, e di Catherine Chabert ("La crudele costrizione alla felicità"), in cui si affrontano - attraverso un caso clinico - le tematiche del transfert narcisistico e l'angoscia della perdita dell'oggetto. "Esiste per l'analisi una fine naturale?", si chiedeva Freud nel 1937. E alla domanda, segue la risposta, sempre di Freud (tremendamente ironica, ma forse anche seria), che liquida provocatoriamente ogni dubbio e speculazione: "L'analisi finisce quando paziente e analista smettono di incontrarsi in occasione delle sedute analitiche". Più chiaro di così... [Luca Bartolucci]

 


 

ARNALDO NOVELLETTO

L'adolescente. Una prospettiva psicoanalitica

Astrolabio Ubaldini

€ 29,00

 

Questo libro, a cura di Paola Carbone e colleghi, raccoglie diversi lavori (alcuni già editi in diversi volumi e riviste, altri inediti) scritti da Novelletto nel corso degli ultimi trent'anni della sua vita, a partire dal consolidarsi del suo profondo interesse per il funzionamento della mente adolescente (tra i primi in Italia a portare l'attenzione sulle profonde differenze tra infanzia e adolescenza e ad introdurre importanti autori stranieri quali Baranès, Jeammet, Ladame, Laufer, Marcelli e Braconnier), fino alla fondazione, nel 1994, dell'ARPAd (Associazione Romana di Psicoterapia dell'Adolescenza) che rappresenta fin dai suoi esordi una forza culturale aggregante per coloro che si interessano di adolescenza, arrivando ad organizzare una scuola di formazione, sette convegni nazionali e una rivista, Adolescenza e psicoanalisi. Il volume si apre con gli scritti sul concetto di Sé (1981), concetto che dai lavori di Winnicott, Jacobson e Kohut andava via via ampliandosi e definendosi in ambito psicoanalitico. Novelletto ne valorizza soprattutto l'aspetto evolutivo e trasformativo, particolarmente utile in quanto amplia e rende vivi i confini dell'apparato psichico, sia per far evolvere il pensiero e la tecnica psicoanalitica, sia per arricchire il lavoro terapeutico con l'adolescente. L'opera prosegue con contributi relativi alla diagnosi: "Il misterioso salto fra la diagnosi e la terapia" è il titolo emblematico di un capitolo che pone come oggetto di riflessione la specificità della diagnosi in adolescenza, che è già terapia e strumento di individuazione - in linea con la metodologia di Senise. Vengono trattati in seguito i modelli e le strategie di intervento relativi alla criminalità minorile, al trauma, alle perversioni e all'identità sessuale, la tematica dell'adolescenza nella psicoanalisi dell'adulto e il riflesso che ha la presa in carico dell'adolescente nei servizi pubblici, analizzando la frequente tendenza alla frammentazione nell'équipe e quindi la necessità di una riformulazione delle professionalità degli operatori (scritto inedito). Lungo la lettura ritroviamo tutti i concetti più creativi di Novelletto, dalla "diagnosi lunga" al "valore della segretezza", nonché il suo impegno costante per far entrare a pieno titolo (e non più come "Cenerentola della psicoanalisi") l'adolescenza nell'edificio psicoanalitico: questo libro testimonia come la mente adolescente non si esaurisca nell'arco evolutivo di qualche anno, ma è uno stato presente in ciascuno di noi. [Luca Bartolucci]

 

 

 

carbone

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PAOLA CARBONE

Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti in adolescenza. Nuova edizione accresciuta

Bollati Boringhieri

€ 23,00

 

Spunta l'alba su una domenica come tante: sulle strade italiane si contano i morti. Tutti giovanissimi. Una notte terribile, ma non un'eccezione, perché, nonostante le massicce campagne di prevenzione, i deterrenti legali e l'inasprimento delle pene, l'incidente rimane la più frequente causa di morte tra adolescenti e giovani. Del fenomeno si trascurano spesso le dinamiche psicologiche, i processi interni che portano a un "agito" attraverso cui molti adolescenti segnalano un disagio altrimenti non esprimibile. Paola Carbone ritorna con questa seconda edizione accresciuta del suo "Le ali di Icaro" su un tema critico che purtroppo non ha perso la sua attualità, ma che pare, anzi, richiamare la nostra attenzione con sempre maggiore urgenza. Partendo da una prospettiva psicoanalitica, il volume esplora la varietà delle costellazioni psicologiche che differenziano ogni adolescente e ogni incidente, evidenziando allo stesso tempo indicatori di rischio su cui fondare interventi preventivi mirati. Questa nuova edizione propone un consistente aggiornamento bibliografico sullo "stato dell'arte". Rappresenta inoltre un sostanziale passo avanti nella comprensione dei comportamenti a rischio, perché approfondisce ulteriormente l'altra faccia della medaglia: forte della sua esperienza sul campo, Paola Carbone presenta infatti i risultati di alcune recentissime ricerche condotte sugli adulti, inerenti la loro percezione del rischiare giovane. Le statistiche internazionali indicano nell’incidente la più frequente causa di morte in adolescenza, eppure, nonostante la gravità del fenomeno, il significato psicologico delle dinamiche che lo sostengono è generalmente sottovalutato e l’incidente viene spesso banalizzato come “una ragazzata” o “una fatalità”. Lo scopo del libro è opporsi a questa tendenza e richiamare l’attenzione sull’incidente come “agito” attraverso il quale molti adolescenti segnalano un disagio che andrebbe di volta in volta  accolto ed esplorato. Il tema è  affrontato da un vertice  psicoanalitico, ma le interpretazioni che l’autrice propone coniugano la ricchezza di questa prospettiva con la necessità di un riscontro quantitativo. Il nucleo centrale del libro è costituito da una ricerca-intervento con più di duecento ragazzi ricoverati per incidenti. Il materiale  emerso dai colloqui clinici mostra da un lato la molteplicità dei vissuti e delle costellazioni psicologiche che differenziano ogni adolescente e ogni incidente, ma dall’altro - grazie al confronto caso-controllo - evidenzia alcune caratteristiche psicologico-relazionali comuni al gruppo dei casi: i ragazzi ricoverati per incidenti presentano, molto più dei controlli, problematiche familiari, insuccessi scolastici e sentimentali, eventi negativi, problemi di autostima (troppo alta o troppo bassa) e problemi nella gestione della propria autonomia. Il dato più preoccupante è però che più della metà dei casi aveva già avuto precedenti incidenti  (alcuni erano al terzo o al quarto ricovero): si sarebbe potuto fare qualcosa per  evitarli? Giungiamo così al tema della prevenzione: tutto il libro è percorso dall’esigenza di ripensare la prevenzione volta agli adolescenti (la fascia di età che non ha risposto alle misure preventive) e vengono presentate in dettaglio esperienze dell’autrice sia nel campo della prevenzione primaria che secondaria. In sintesi la proposta preventiva è: parlare con i ragazzi, non tanto per informarli (gli adolescenti non amano essere istruiti), ma per aiutarli a divenire protagonisti e responsabili della propria vita. Sia in piccoli gruppi (focus group) a scuola (prevenzione primaria), sia individualmente, nei reparti ospedalieri (prevenzione secondaria), “gli adolescenti che abbiamo incontrato ci hanno mostrato che ci stavano aspettando e che sapevano utilizzare l’occasione per conoscersi e per rielaborare il senso dell’incidente; sta ora a noi adulti rispondere loro adeguatamente”.




 

PHILIPPE JEAMMET

Adulti senza riserva. Quel che aiuta un adolescente

Raffaello Cortina Editore

€ 19,00

 

Adulti. Una categoria sociale ampia, multiforme e complessa, che presuppone una molteplicità di ruoli e funzioni. Agli adulti, siano essi genitori, insegnanti, allenatori o altre figure significative, spetta l’importante compito di educare e crescere i ragazzi, una responsabilità che oggi sembra essere vissuta, da coloro che la esercitano, sempre più con sentimenti di insicurezza e fragilità. In special modo durante la fase adolescenziale dei ragazzi, gli adulti, ed in particolare i genitori, si ritrovano spesso in difficoltà. L’adolescenza è un’età in cui i giovani hanno ancora bisogno dei genitori, del legame con loro, ma allo stesso tempo vogliono staccarsi e diventare autonomi; da un punto di vista psicologico vivono quindi un paradosso, che li porta a sfidare gli adulti. Tale conflitto intrapsichico si declina dunque in un conflitto generazionale, di fronte al quale i genitori spesso arretrano, per il timore di perdere l’amore dei figli. Ma così non li aiutano. Secondo Philippe Jeammet, psichiatra e psicoanalista francese, uno dei massimi esperti in fatto di giovani e dinamiche adolescenziali, autore del libro Adulti senza riserva. Quel che aiuta un adolescente (Raffaello Cortina Editore), il problema è che i genitori sono sempre meno sicuri di avere il diritto di imporre ai propri figli qualsiasi cosa possa turbarli e che rischi di rendere inquieto e conflittuale il rapporto che hanno con loro. Jeammet sostiene che tale fragilità di ruolo abbia origine dalle trasformazioni storico-sociali dall’ultimo dopoguerra ad oggi, più precisamente da quelle correnti di pensiero e da quella matrice culturale che, secondo modalità e ideologie diverse, hanno delegittimato tutte le forme di autorità e tutti i valori e le esigenze provenienti dagli adulti. Sembra che i genitori oggi non abbiano più la possibilità di dare quelle risposte che erano tipiche in passato, guidate dal buon senso, come ad esempio: “è così perché è così”, “sono io che decido, e basta!”. Risposte che non erano né creative né sempre giustificate, ma che, secondo lo psicoanalista francese, avevano l’importante funzione di “terzo elemento”, cioè si frapponevano tra il desiderio dei figli e quello dei genitori, come un dato oggettivo e indipendente dalla relazione. Tale terzo elemento non metteva in discussione il legame d’amore e rappresentava per i ragazzi un limite da superare, gli adulti si assumevano l’ansia e la responsabilità di fissare quel limite. Oggi i genitori appaiono soli, insicuri e in difficoltà, abbandonati a loro stessi nel momento in cui devono elaborare norme non più condivise e rafforzate dalla società, vivono sensi di colpa, ad esempio quando sono separati o troppo impegnati nel lavoro, e temono di perdere l’amore dei figli. Senza che “rimbalzino” verso l’estremo dell’autoritarismo rigido e ingiustificato, oggi i genitori, e gli adulti in generale, dovrebbero puntare a riacquisire un’autentica autorevolezza al cospetto dei giovani, credersi importanti nella loro educazione, senza dunque temere lo scontro. Educare significa anche saper sostenere i conflitto. I ragazzi hanno bisogno di figure adulte forti, di limiti e frustrazioni con cui misurarsi, di regole e punti di riferimento con cui confrontarsi. Da questo punto di vista, la ricostituzione di un’alleanza educativa tra genitori e altre figure significative come insegnanti, allenatori, nonni, rappresenta un altro elemento rilevante per la crescita dei giovani. In particolare durante la delicata fase adolescenziale dei figli, i genitori dovrebbero porsi come obiettivo quello di trovare la giusta relazione con loro, quella “giusta distanza” che permetta alle figure adulte di essere “osservatori partecipanti”, ossia di rimanere in panchina, ma pronti ad intervenire in caso di bisogno, con senso di responsabilità. Essere responsabili vuol dire letteralmente essere capaci di rispondere in maniera “abile”, appropriata ad un evento; significa dunque agire in modo efficace, scegliendo i propri pensieri e le proprie azioni, non vivendo in balia degli eventi e impedendo che il proprio stato d’animo sia determinato da fattori esterni o che alibi, scuse e giustificazioni non permettano di agire. E che sia, da parte degli adulti, un agire consapevole, creativo, ad esempio nella formulazione di punizioni e castighi, e teso all’ascolto, senza la pretesa di sapere ancora prima di essersi fatti spiegare dai ragazzi che cosa è accaduto o cosa pensano. [Luca Giulianelli]

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SIMONA ARGENTIERI

L'ambiguità

Einaudi

€ 9,00

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Il significato originario della parola ambiguità è «condurre intorno». Simona Argentieri, psicoanalista, ne fa la parola chiave per leggere la nostra situazione attuale segnata da una «sorta di ambiguità del pensiero che consente a livello individuale e collettivo di eludere la fatica delle proprie responsabilità e delle proprie scelte, in una deriva silenziosa ma inarrestabile»
Se nelle nevrosi classiche, quelle descritte da Freud e dai suoi allievi, il conflitto era tra l'Io e le forze istintuali dell'Es, oggi il conflitto appare quello tra l'Io e il Super-Io, la funzione di censore e di giudice dell'Io. Simona Argentieri parla di «zona grigia» usando un'espressione messa in circolazione da Primo Levi per indicare la zona compresa tra le vittime e i carnefici, zona di molteplici sfumature, né bianca né nera. Per tollerare senza troppo soffrire situazioni traumatiche, corrotte o compromissorie, per non doversi confrontare con il compito di contrapporsi e di differenziarsi, scrive l'Argentieri, gli individui organizzano manovre di collusione e di superficiale consenso. Ciò che viene espunto dal conflitto tra l'Io, l'istanza individuale, identitaria, e il Super-Io, il giudice inclemente, è il conflitto, la colpa, la fatica di scegliere e di pensare.
Mai come oggi viviamo immersi in questa «zona grigia» che non riguarda più condizioni estreme come il Lager, il carcere o i vari reclusori, bensì la realtà normale che sperimentiamo tutti: lavoro, famiglia, relazioni sociali, politica, affari, ecc. L'etica del «sì, però…», del «è vero, ma…» appare imperante a tutti i livelli della vita privata e soprattutto pubblica. Il problema che gli individui devono affrontare quasi ogni giorno non è più quello del controllo delle proprie pulsioni - per cui la nostra società si è organizzata per dare risposta, ad esempio con la dilagante pornografia -, bensì il disturbo tra l'Io e il Super-Io, per riferirci ancora alla topica freudiana. Meglio: tra l'Io e l'Ideale dell'Io. Quest'ultimo indica la costruzione di un ideale di sé rispetto al quale misura, dice Freud, il proprio Io attuale, e a cui rivolge l'amore di sé di cui l'Io ha goduto nell'infanzia, ovvero le attenzioni e gli slanci amorosi che hanno circondato il sé bambino nel passato.
Si tratta di un problema narcisistico irrisolto: il narcisismo perduto dell'infanzia. Simona Argentieri ha individuato in questo meccanismo uno dei tratti caratteristici degli individui contemporanei che ne fa immediatamente dei conformisti, degli opportunisti. Come ha evidenziato anni fa Silvia Amati Sas in un intervento a un convegno (Ambiguità, a cura di Giuseppe O. Longo e Claudio Magris, Moretti Vitali 1996), l'ambiguità consiste nel non erigere confini precisi tra sé e gli altri, tra il mondo esterno e il proprio Io. Di fronte a ogni minaccia, il carico di angoscia spinge le persone a scegliere la regressione, forme di adattamento e di acquiescenza. Non è un caso che nella nostra società prevalgano gli aspetti imitativi - Mimicry, il mimetismo, segnalava molti anni fa Roger Caillos, ha sostituito Agon, la competizione -, di cui il trionfo a tutti i livelli della moda appare un sintomo evidente, a svantaggio invece dei modelli «introiettivi» che conducono alle identificazioni stabili, alle personalità non-disturbate. Tra gli esempi che la psicoanalista fa nel suo libro c'è quello dell'ambiguità tra la figura materna e quella paterna nell'allevamento dei figli. La confusione in atto tra ruoli materni e paterni - il «mammo» - è un esempio della «tendenza collettiva alla regressione verso l'indifferenziato, uomini e donne sono disposti a fare le mamme, nessuno fa più il padre».
La Argentieri approfondisce due effetti di questa trasformazione prodotta dall'ambiguità: la pedofilia e il transessualismo. Si tratta, spiega, di atteggiamenti e comportamenti sessuali sempre presenti nella storia dell'umanità, ma che diventano ora il segno di questa trasformazione in atto. La pedofilia, anche nel suo aspetto di paura collettiva e di terrore sociale, è il sintomo di una mancata differenziazione tra adulti e bambini, della sessualizzazione della sfera dei sentimenti. Come aveva già notato Sándor Ferenczi, allievo di Freud, si effettua una «confusione delle lingue tra bambini e adulti»: là dove i primi parlano il linguaggio della tenerezza, l'adulto risponde con il linguaggio della passione. Se tutti i piccoli, come notava Freud, sono «meravigliosi giocattoli erotici», è loro innocente diritto naturale evitare la seduzione, ricorda la Argentieri: «sta all'adulto accoglierla e contenerla, senza reprimerla, né agirla». Il problema è quando una mal interpretata «libertà sessuale» invade il nostro mondo immaginario e reale; si pensi alla pubblicità di moda, con modelle-bambine offerte allo sguardo degli acquirenti femminili e maschili nei settimanali o negli inserti dei quotidiani, proposta di seduzione implicita, in cui l'oggetto è insieme un capo di vestiario e un individuo immaturo.
L'indistinzione ha colpito ancora. Un altro aspetto è quello del transessualismo, diventato secondo Simona Argentieri il modo attraverso cui oggi si evita di confrontarsi con l'omosessualità, che ci riguarda tutti, con le sue relative complessità. Calliope Stephanides, la protagonista di Middelsex (Mondadori), nata bambina nel 1960 a Detroit e trasformatosi in maschio adolescente quattordici anni dopo, potrebbe essere assunta, al di là dell'esito romanzesco del bellissimo libro di Jeffrey Eugenides, come una delle eroine della società contemporanea in cui tutto sembra avvenire «in una generale confusione anaffettiva, nel segno malefico dell'ideologia pseudoliberale» che consente «il piacere di essere evoluti e progressisti a spese altrui».
Il transessualismo è letto dalla psicoanalista come il tentativo di attaccare e distruggere in sé la parte «cattiva», maschile o femminile, a seconda dei casi, attraverso la fantasia di costruzione dell'anatomia di sesso opposto. Uno psicologo e sociologo americano, Lauren Langman parla di «carnival culture» e di «cyberfeudalesimo», in cui aspetti tecnologici si mescolano ad elementi medievali. Oggi, scrive Simona Argentieri, «la debolezza dell'Io e del Super-Io sono dominate da un edonismo di massa, nel quale il sesso, il turismo e persino le perversioni hanno assunto le dimensioni del mercato globale». La perversione ha sostituito, a suo avviso, la mutua libertà del rapporto, la coercizione dell'altro l'interezza delle emozioni, sensi e affetti. L'ambivalenza non è di per sé negativa, lo diventa se cambia, come accade attualmente, lo statuto della colpa e della sua interpretazione. È scomparso il senso di colpa sostituito da un altro sentimento, confuso e complesso, la vergogna, come ci aveva spiegato con grande anticipo Primo Levi.
L'ambiguità resta un valore, non semplicemente qualcosa da curare. La patologia, semmai, riguarda piuttosto l'attuale fase della civiltà occidentale. L'arduo compito che abbiamo davanti, ci ricordava Sergio Moravia in quel convegno sull'ambiguità, è quello posto da Amleto: non «essere o non essere», bensì «come essere, e insieme non-essere». Fare nostro con consapevolezza il motto di Nietzsche, «l'uomo è un animale malato», è un compito davvero complesso, ma probabilmente ineludibile. [Marco Belpoliti, La Stampa]

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OTTO KERNBERG

Le relazioni nei gruppi. Ideologia, conflitto e leadership.

Raffaello Cortina Editore

€ 37,50

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Il tema centrale di questa opera di Otto F. Kernberg, psicoanalista didatta e presidente dell'International Psychoanalytical Association, è centrato sui fenomeni regressivi che si verificano all'interno dei gruppi e la possibilità di contrastarne le pericolose conseguenze grazie a una leadership e a una struttura organizzativa razionali. L'autore argomenta con efficacia e incisività come la natura della leadership, il gioco degli impulsi libidici e aggressivi nelle interazioni gruppali, la dinamica del potere, sono parte in un modello integrato il cui potenziale esplicativo viene illustrato in contesti diversi, dalle psicoterapie di gruppo alle comunità terapeutiche, fino alle medie e grandi organizzazioni. Un altro aspetto che viene messo in luce, sempre riferito al livello istituzionale, è il fatto che pazienti anche molto gravi possono comportarsi in maniera quasi normale in gruppi dalla struttura solida e dai compiti chiaramente definiti e rispettati. Per contro, professionisti perfettamente sani e ben adattati, che lavorano nel contesto di gruppi regressivi con una struttura di lavoro non adeguata, possono regredire a comportamenti anomali. È come se, all'interno di queste situazioni di gruppo disfunzionali, le forze gravemente lesive e autodistruttive dell'inconscio divenissero senza controllo. Dice infatti Kernberg: "La mia esperienza come membro e come capo di organizzazioni psichiatriche e psicoanalitiche, nonché come consulente istituzionale di strutture ospedaliere ed educative, ha evidenziato ancor più la relazione tra i conflitti inconsci, i fenomeni regressivi di gruppo e l'influenza della leadership istituzionale nel ridurre o, al contrario, nell'esacerbare l'aggressività primitiva all'interno di un contesto sociale." In base alla sua esperienza personale nellambito dell'istituzione psicoanalitica, l'autore utilizza questo modello anche per una impietosa quanto stimolante critica del modo in cui è condotta la formazione dei candidati all'interno degli Istituti di psicoanalisi.
Ecco un breve stralcio dedicato al tema cruciale della formazione degli analisti tratto dal capitolo XIV "Trenta modi per distruggere la creatività dei candidati psicoanalisti": 

"La seguente lista di modi per inibire la creatività dei candidati psicoanalisti non è esaustiva, anche se contiene le ragioni principali per cui nei nostri istituti la creatività viene effettivamente inibita. Se insegnate, insistete perché i candidati leggano tutti i lavori di Freud, con attenzione senza tralasciare niente e in ordine cronologico, e assicuratevi che apprendano la teoria in ogni suo punto. Gli scritti di Freud possono essere molto utili per distogliere l'interesse dei candidati dalla riflessione su di sé. La protezione del lavoro di Freud dalle critiche e dalle contaminazioni di altre teorie è un sistema ottimo per far scemare l'interesse dei candidati verso altri sviluppi del pensiero psicoanalitico.Il docente dovrebbe tenere a mente che è suo compito insegnare le conclusioni alle quali Freud è giunto, non il processo di pensiero di Freud. Perché se gli allievi arrivassero ad intuire il metodo di pensiero di Freud, che era indubbiamente rivoluzionario, ciò potrebbe portarli a una pericolosa identificazione con la sua originalità. L'effetto ninna-nanna potrà diventare molto più efficace se si chiederà agli allievi di stendere estesi riassunti del lavoro di Freud. Chiarite subito che il pensiero critico è il benvenuto se porta ad una conferma delle opinioni del leader principale. Le sfide alla teoria e alla tecnica psicoanalitica vengono lasciate ai confini del nostro ambito professionale. Evitando l'interesse per queste ricerche di confine si protegge la purezza del lavoro psicoanalitico e si evita di sollevare questioni provocatorie e potenzialmente sovversive sui limiti e sulle applicazioni della psicoanalisi; ricordate sempre che da una scintilla può nascere un incendio, specie quando la scintilla si accende su un mucchio di legna secca. Spegnetela prima che sia troppo tardi." 

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Non sorprende il clamore e l'eco chequesto scritto polemico ha avuto, considerata la posizione di prestigio attuale dell'autore, che come tutti sanno è stato il presidente dell'IPA, ovvero di una delle organizzazioni psicoanalitiche più potenti e prestigiose. E' verosimile ipotizzare che questa presa di posizione sia da porre in relazione con la crisi dell'istituzione psicoanalitica negli USA. Come è noto il percorso di formazione per gli analisti è molto lungo e dispendioso e per chi vuole poi salire nella scala gerarchica è previsto un lungo periodo di formazione attraverso l'analisi didattica. Solo ai didatti viene poi affidato il compito di formare i nuovi analisti. È altresì noto ormai che le richieste di analisi didattica sono diminuite in modo preoccupante, e molte organizzazioni psicoanalitiche ormai versano in gravi difficoltà. Non si può qui tralasciare di menzionare al lettore che già da molti anni era venuta una critica molto radicale dell'istituzione psicoanalitica, così come ci è stata tramandata, dallo psicoanalista svizzero Johannes Cremerius che nei suoi lavori approfonditi di storiografia aveva denunciato gli abusi e le deformazioni a cui il candidato analista viene sottoposto nel corso della sua formazione. In uno dei primi lavori dedicati all'analisi dell'Istituzione psicoanalitica "Alla ricerca di tracce perdute. Il movimento psicoanalitico e la miseria dell'istituzione psicoanalitica", (Psicoterapia e Scienze Umane, Milano, Franco Angeli, 3/1987) Johannes Cremerius già tracciava l'analisi di come si era evoluto il gruppo degli analisti della prima generazione nel tempo, per arrivare poi a smascherare la dannosità dell'analisi didattica. Ora se consideriamo che i primi lavori di Cremerius risalgono agli anni 80, possiamo considerare senz'altro tardiva questa presa di posizione di Kernberg: c'è solo da sperare che risulti almeno efficace sul piano pratico, magari eliminando l'assurda discriminante tra gli analisti, aprendo le porte a percorsi di formazione che non siano lesivi per la creatività degli aspiranti a questa affascinante professione. [Anna Grazia, POL]

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PIER FRANCESCO GALLI

La persona e la tecnica. Appunti sulla pratica clinica e la costruzione della teoria psicoanalitica

Franco Angeli Editore

€ 15,00

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L'autore, già noto in Italia per le iniziative editoriali quali la direzione della rivista 'Psicoterapia e Scienze Umane' e le collane specialistiche presso Feltrinelli e Boringhieri, presenta in forma sintetica il risultato di un ciclo di incontri (maggio 1992) che ha tenuto con gli allievi e collaboratori de 'Il Ruolo Terapeutico' di Milano: il lavoro editoriale è stato curato, in collaborazione con A. Scibilia, da Sergio Erba, che accompagna la pubblicazione con una breve presentazione, che sottolinea il contributo originale dell'autore sia nel campo della elaborazione della teoria psicoanalitica, che della formazione. Lo scritto in breve, è una sintesi di materiali e riflessioni nate dal seminario stesso, in cui l'autore inquadra storicamente lo sviluppo della tecnica psicoanalitica, ripercorrendone l'evoluzione iniziando dalla tecnica dell'ipnosi - tratto dalla relazione presentata all'Istituto di Psicologia di Bologna in occasione del cinquantenario della morte di Freud, nel 1989 - ripercorrendo le tappe salienti della evoluzione della tecnica psicoanalitica da M. Klein a Fairbain, Kohut e Lacan. In questo percorso Galli puntualizza anche le tappe del suo lavoro personale, iniziato alla metà degli anni cinquanta, dopo la prima formazione a Basilea, con la fondazione del "Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia". L'attività di questo gruppo animò il panorama piuttosto statico della psicoanalisi italiana di quel periodo, attraverso convegni e seminari, facendo conoscere in Italia psicoanalisti come Benedetti, Cremerius e altri che si resero disponibili ad accompagnare i colleghi più giovani nella formazione. L'autore fa menzione, nella parte conclusiva, dell'attuale 'crisi' della psicoanalisi: è in crisi secondo il suo punto di vista la cosiddetta psicoanalisi 'positiva', ovvero 'della risposta': "Quando il mantello istituzionale non è stato più in grado di controllare la diaspora dei dialettici postanalitici, è diventata visibile una distorsione diversi decenni. in questo quadro si collocano i tentativi di recupero 'ecumenico' del pluralismo psicoanalitico". Non esisterebbero quindi in questo campo possibilità di semplificazioni della teoria, per perseguire la "ricerca del risultato": solo "se si accetta di mantenere la psicoanalisi come pratica irriducibile ad altri discorsi e che continuamente trasforma sè stessa e il suo oggetto, la psicoanalisi non è in crisi, ma può ancora provocare crisi". [Anna Grazia, POL]

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GLEN O. GABBARD, KRIN GABBARD

Cinema e psichiatria

Raffaello Cortina Editore

€ 25,50

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Uscito in sordina in Italia alla fine del 2000, Cinema e psichiatria è uno studio completo e approfondito su come il cinema ha rappresentato, attraverso i suoi stereotipi cinematografici, i professionisti della psichiatria (intesa nella sua larga accezione che comprende ogni tipo di terapeuta, dallo psicologo allo psicoanalista) dalle origini a oggi. La prima parte del testo, Lo psichiatra nei film, esamina per l’appunto l’evolversi della figura dello psichiatra nel cinema americano ed è curata da Glen O. Gabbard, direttore dell’Istituto di psicoanalisi di Topeka e docente di psichiatria all’Università del Kansas a Wichita: il testo qui soffre obiettivamente dell’eccessivo punto di vista clinico dell’autore, un po’ troppo di parte, fino a considerare completamente errate e negative le figure di psichiatri dediti all’elettroshock rappresentati in film come Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman o Il corridoio della paura di Samuel Fuller: spesso l’autore sembra voler giustificare come cura valida l’elettroshock, mentre sappiamo delle storture terapeutiche che l’utilizzo di tale crudele e inefficace pratica ha portato nella cura psichiatrica nel corso del Ventesimo secolo. C’è da aggiungere che l’autore giudica negativamente anche le figure positive di psichiatri che il cinema ha rappresentato soprattutto in quello che lui definisce il “periodo d’oro”, quello compreso tra il 1957 e il 1963, oltre che di film come Gente comune di Robert Redford. Molto più scorrevole e interessante invece la seconda parte del libro, Lo psichiatra al cinema, curata dal fratello di Glen, Krin Gabbard, insegnante di storia del cinema e  di storia del jazz alla State University di New York: qui il docente di cinema prende solo apparentemente spunto dalle numerose teorie psicoanalitiche applicate al campo cinematografico, in realtà la sua analisi di film come Casablanca di Michael Curtiz, Tre donne di Robert Altman, All That Jazz di Bob Fosse, Re per una notte di Martin Scorsese, Zelig, Stardust Memories, La rosa purpurea del Cairo e Celebrity di Woody Allen sono analisi che mettono in luce non tanto la psicologia dei loro autori (interpretazione della quale facciamo volentieri a meno) quanto quella della società nei quali vengono prodotti e che essi stessi rappresentano, criticamente, sullo schermo. Un’indagine più sociologica che psicoanalitica e proprio per questo molto più interessante da seguire per chiunque e non solo per lo studioso di cinema o di psichiatria, come ben evidenziato nell’ultima parte del saggio, dopo il capitolo su Alien di Ridley Scott interpretato attraverso le teorie psicoanalitiche di Melanie Klein, incentrata sulle donne virili e falliche rappresentate nel cinema americano soprattutto a partire dagli anni Novanta. Un saggio tutto sociologico piuttosto che psicoanalitico (e ripetiamo per fortuna), il quale dimostra come spesso il contenuto narrativo che emerge dai film sia il riflesso in cui si specchia (venendo rappresentata) una società con tutte le sue contraddizioni e i suoi miti (fallaci o no che siano). Un libro che per la vastità del materiale trattato, sono circa 450 i film presi in considerazione dai due autori, ha la praticità di essere suddiviso in una parte prettamente storica seppur influenzata in maniera evidente dalla pratica psichiatrica nella maniera di osservare la rappresentazione della figura dello psichiatra al cinema e in una parte più analitica e approfondita dove il cinema viene osservato secondo la sua notevole capacità di penetrare a fondo nell’immaginario collettivo delle persone, come dimostra quel paziente che rivolgendosi al suo psichiatra lo rimprovera perché non lo sente emotivamente vicino a lui e ai suoi problemi come la figura del terapeuta rappresentata da Robin Williams in Will Hunting - Genio ribelle di Gus Van Sant. [Alessandro Morera]

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NANCY MCWILLIAMS

Psicoterapia Psicoanalitica

Raffaello Cortina Editore

€ 35,00

 

Il volume di Nancy McWilliams completa una ipotetica trilogia iniziata con “La diagnosi psicoanalitica” (Astrolabio), incentrata sulla formulazione diagnostica e sui meccanismi di difesa, e “Il caso clinico” (Cortina), che analizza i rapporti tra la formulazione di un caso, i primi colloqui e la programmazione della terapia. In quest’ultimo lavoro, l’autrice depone tutto il suo sapere pratico, dai grandi fondamenti ai più piccoli accorgimenti tecnici utili sia al giovane esordiente che al terapeuta più esperto, confezionando una utilissima guida alla terapia psicodinamicamente orientata. Il lavoro parte con una disamina su che cosa definisca una terapia psicoanalitica, con attenzione ai riferimenti storici e teorici, per poi analizzare il più ampio e complesso bacino delle terapie dinamiche. Nel secondo capitolo, così come in tutta l’opera, viene posta una particolare attenzione alla persona del terapeuta, all’importanza della curiosità che muove chi sceglie questa professione impossibile (per dirla alla Greenson), alla complessità di comprendere chi ci sta di fronte, al controtransfert e alle capacità di identificazione e sintonizzazione affettiva, requisiti tanto necessari quanto difficili da affinare. Vengono poi discusse la preparazione del terapeuta, evidenziando l’importanza di un continuo e costante lavoro su di sè, e la preparazione del cliente, di come cioè sia fondamentale creare un clima di sicurezza e informare il paziente sul processo terapeutico: troppo a lungo, generazioni di pazienti hanno subito i silenzi e gli oscuri misticismi degli addetti ai lavori! Viene analizzato il setting, inclusa la problematica dei confini e, in un paragrafo particolarmente illuminante, l’arte di dire “no”. Il corpo centrale del volume vede impegnata l’autrice in una attenta disamina dei processi terapeutici quali l’ascolto, lo stile personale del clinico, l’integrazione con diversi approcci, l’enactment; in seguito, viene posta attenzione anche a temi più complessi quali la questione della self-disclosure (ovvero la misura in cui il terapeuta debba o meno “aprirsi” al paziente), i rischi professionali e l’autostima (del paziente e del terapeuta). Ad integrazione della teoria (in realtà mai veramente solo teoria, ma continuamente infarcita di riferimenti, aneddoti personali e vignette esemplificative), due casi clinici presentati sinteticamente, con informazioni di decorso e outcome. Una lettura piacevolissima, densa e utile, che aiuta il clinico a districarsi tra i problemi e le complessità umane della relazione terapeutica. [Luca Bartolucci]

 

 

 

 

PDM TASK FORCE

Manuale Diagnostico Psicodinamico

Raffaello Cortina Editore

€ 70,00


La psicoanalisi ha in genere nutrito sentimenti di diffidenza nei confronti della diagnosi nosologica intesa come mera lettura dei segni e dei sintomi (Freud ci ha insegnato che il sintomo ha un significato), giungendo addirittura ad utilizzare alcune categorie nosografiche con una storia consolidata nella clinica psichiatrica per definire fasi fisiologiche dello sviluppo (come il concetto di autismo normale) o assetti mentali (come nel caso delle posizioni kleiniane). Gli obiettivi dichiarati del PDM sono quelli di pervenire ad una diagnosi clinica che permetta di raggiungere una comprensione del funzionamento globale dell'individuo, alla formulazione dei casi e alla progettazione degli interventi psicoterapeutici. L'impianto teorico del PDM si basa sulle evidenze empiriche delle ricerche nel campo delle neuroscienze, in quello degli esiti dei trattamenti, volti alla valutazione della loro efficacia, e di altri numerosi studi empirici finalizzati alla operazionalizzazione dei costrutti psicoanalitici e allo loro misurazione. Una simile rivoluzione "metapsicologica" è stata possibile grazie alla progressiva apertura della psicoanalisi, che si è sviluppata prevalentemente grazie alla ricerca concettuale, alla ricerca empirica e ai modelli evidence-based. Nello specifico, il PDM propone una diagnosi dimensionale che si articola su tre assi: 1) le configurazioni di personalità sane e disturbate (Asse P); 2) i profili individuali del funzionamento mentale (Asse M); 3) i pattern sintomatici, compresi i loro significati soggettivi per i pazienti (Asse S). Nonostante l'apparente somiglianza della struttura "multiassiale", i tre assi del PDM non hanno concettualmente nulla a che vedere con quelli del DSM, in quanto non sono da intendere e applicare nel ragionamento clinico in modo categoriale nosografico, ma dimensionale. Il termine "asse" indica qui una dimensione, o prospettiva osservativa, della realtà del paziente che va sempre integrata con le altre dimensioni per la formulazione clinica della diagnosi; quindi, non bisogna ragionare come se si fosse in cerca di malattie o disturbi da inquadrare e classificare in contenitori differenti. Così, viene favorita sia la molteplicità di sguardi sia l'integrazione degli stessi come due momenti necessari per il ragionamento clinico e l'osservazione diagnostica. Il processo diagnostico diviene compiutamente un operazione conoscitiva sostenuta e orientata in modo sistematico dal manuale. Oltre all'impostazione dimensionale, il PDM mostra originalità e specificità epistemologica inserendo un asse specifico dedicato al profilo di funzionamento mentale (Asse M), e le sezioni interamente dedicate alla psicopatologia dell'infanzia e dell'adolescenza.
Il PDM si propone come ortogonale per scopo e struttura, ai precedenti sistemi diagnostici nosografico-descrittivi per "completare gli sforzi di catalogazione dei sintomi promossi negli ultimi trent'anni dal DSM e dall'ICD" (PDM Task Force, 2006, p. LV); di fatto le differenze sono molte. Sintetizziamone alcune delle principali:
1) Il DSM si presenta come una tassonomia di patologie o di disturbi psichici, mentre il PDM come una "tassonomia di persone", cioè è orientato alla comprensione del funzionamento del singolo individuo.
2) Il DSM ha un impianto di tipo categoriale, e assegna gli individui alla rubrica diagnostica appropriata, mentre il PDM, pur servendosi di categorie ampie, mantiene un approccio dimensionale su tutti gli assi, e richiedendo di specificare su quale livello di funzionamento si collochi il soggetto: sano, nevrotico, borderline.
3) Il DSM propone cluster di sintomi evitando una qualsivoglia attribuzione di significato, con il preciso intento di rimanere ateorico. Il PDM si colloca, invece, esplicitamente all'interno della cornice teorica psicoanalitica, con l'intento di ascrivere significati ai fenomeni osservati e descritti dopo averli identificati e formulati.
4) Il DSM propone cluster distinti di sintomi e attributi in cui un paziente può essere collocato se supera la soglia cut-off, per cui i problemi patologici che sono espressione del modo in cui si è organizzato il funzionamento del paziente (e così sono intesi nel PDM) vengono invece descritti come condizioni di comorbilità, cioè come se fossero problemi differenti accidentalmente compresenti nello stesso paziente (infatti, il DSM è retto dall'idea che i problemi psichici sono malattie mediche, cagionate da disfunzioni biologiche le cui eziologie sono ancora in larga parte sconosciute).
In definitiva, come affermano Lingiardi e Del Corno: "Il DSM è un esempio di diagnosi multiassiale, categoriale e politetica: le sindromi sono intese come categorie presenti/assenti, reciprocamente indipendenti e definite da un numero minimo di criteri. La valutazione del PDM può invece essere considerata multiassiale, multidimensionale e prototipica in quanto cerca di prendere in considerazione sia le sindromi cliniche sia l'esperienza soggettiva del paziente; il profilo globale del funzionamento mentale e le sue singole funzioni, lo stile di personalità, le sue basi strutturali e la sua funzionalità globale nel contesto di vita del soggetto". E' così, evidente come il DSM e il PDM svolgano funzioni e perseguano obiettivi molto diversi: il DSM si è originariamente proposto come fondamento per la ricerca empirica, per fini epidemiologici o per il trattamento psicofarmacologico. Il PDM, invece, è pensato eminentemente per la formulazione del caso e la pianificazione del trattamento psicoterapeutico o di tutte le altre forme di terapia "che si rivolgono all'intera gamma e profondità del funzionamento cognitivo, emotivo e comportamentale" (p. 4). [Cesare Albasi e Claudia Lasorsa, Psychomedia]

 

 

 

IAN HACKING

I viaggiatori folli. Lo strano caso di Albert Dadas

Carocci

€ 20,40

 

Una interessante riflessione sui fattori culturali delle malattie mentali: come compaiono in certi periodi storici e come scompaiono. L'autore continua in questo libro lo studio del riconoscimento di sindromi psichiatriche difficili da definire, dopo "La riscoperta dell'anima" (Ed. Feltrinelli), in cui trattava il tema delle personalità multiple. 

Come il libro di Damasio sull'inscindibilità neurobiologica di emozione e cognizione ("L'errore di Cartesio", Ed. Adelphi) si fondava sul caso di Phineas Gage, il muratore che ebbe il cranio trapassato da una barra di ferro, questo libro di Ian Hacking si basa sul caso di Albert Dadas, un operaio del gas di Bordeaux afflitto, alla fine del secolo scorso, da «determinismo ambulatorio», una tendenza compulsiva a «fuggire» indefinitamente per lunghi periodi in posti lontanissimi fino a dimenticare la propria identità. Hacking ha esumato il caso da una tesi di medicina pubblicata nel 1887, "Les aliénés voyageurs" di Philippe Tissié: e da lì è riuscito a ricostruire i luoghi delle fughe e i relativi episodi. Ma non solo: nella sua ricostruzione, egli ricompone il dibattito intellettuale e le figure gravitanti attorno ai fugueurs (i «viaggiatori folli» del titolo). Ricorda come Dadas venga citato ben nove volte nell' Interpretazione dei sogni di Freud. Risale alle diagnosi, dall'isteria all'epilessia, degli specialisti contemporanei. E rivela come l'alto funzionario del Ministero della Sanità che lesse all'Accademia una densa relazione su Emile - altro celebre caso di fugueur - fosse nientemeno che Adrien Proust, il padre di Marcel. Fin qui, insomma, il testo di Hacking è un'indagine magistrale tra storia delle idee e storia della cultura. Ma l'autore - uno dei massimi filosofi ed epistemologi viventi - ha ambizioni più alte. Il caso Dadas gli serve per formulare una teoria innovativa sulla natura delle malattie mentali, ricondotte al concetto di «nicchia ecologica». In sintesi bruta: per sfuggire all'impasse metodologico e diagnostico di opposti estremismi come il riduzionismo cieco (per cui tutto è genetica) e il culturalismo ottuso (per cui tutto è ambiente), Hacking vede nelle malattie mentali manifestazioni «transitorie»; transitorie non per il soggetto, ma perché si materializzano solo in certi luoghi e in certi tempi (in circostanze uniche, insomma, anche se ipoteticamente ripetibili). È una teoria suggestiva, innovativa e - sia chiaro - tutta da verificare e discutere, con cui Hacking spiega anche disagi attuali come l'anoressia, il panico o le sindromi-ombra, che potrebbero sparire col mutare dei contesti sociali, cioè con «l'insieme di fattori» della relativa nicchia ecologica. Il piano teorico riserva però anche momenti acuti e provocatori: come le osservazioni sulla folie à deux (la patologia come con-creazione di medico e paziente), o quelle che ridiscutono il concetto di «realtà» in rapporto alla falsa e facile contrapposizione tra «normalità» e «follia». L'unica riserva è una sgradevole sensazione di farragine, di disomogeneità, di erudizione affastellata e non sempre armonizzata, di ripetitività concettuale. Il che dipende, probabilmente, dal fatto che si tratta di contributi occasionali, non adeguatamente rivisti e riorganizzati. [Sandro Modeo, Le Scienze]

 

 


 

DANIEL MARCELLI, ALAIN BRACONNIER

Adolescenza e psicopatologia

Masson

€ 43,00

 

L'opera che Marcelli e Braconnier ci propongono si presenta come un lavoro di sintesi e di attualità. Con essa ci viene offerto un nuovo quadro d'insieme della psicopatologia dell'adolescente che tiene conto anche dei contributi più recenti. Ciò che colpisce leggendola è in primo luogo il fatto che in un campo in cui sono state dette tante cose, e spesso bene, gli autori riescano a evitare i luoghi comuni e le banalità. Si legge con tanto piacere e interesse quanto scrivono poiché, pur dando spazio, come è giusto, alle idee e alle conoscenze acquisite da lunga data, essi le presentano sotto un nuovo aspetto, integrandole con riflessioni e interrogativi attuali. L'interesse pratico dell'opera è evidente. Al bilancio delle conoscenze, gli autori aggiungono l'esperienza e la riflessione concrete di persone che lavorano sul campo. Ne danno testimonianza le notazioni pratiche o giudizi sensati che si ritrovano pressoché in ogni pagina. Ma a tale interesse pratico si somma un interesse teorico. Si tratta infatti di una riflessione d'insieme sulla psicopatologia dell'adolescenza. E a questo proposito la difficoltà consiste nel conciliare la coerenza dell'insieme con la diversità dei sistemi di riferimento. Certo questo problema non è specifico di questa fase dell'esistenza, ma in essa nondimeno acquista uno speciale rilievo in forza della particolare incidenza della maturazione biologica e delle interazioni sociali, in un'età in cui possono già formarsi organizzazioni patologiche stabili. Non è più possibile dare larga priorità ai problemi dello sviluppo, come si fa con il bambino; e neppure basarsi su soli quadri nosografici dell'età adulta. In questo senso la difficoltà è salutare perché ci protegge da formule di pensiero divenute ormai abituali, ma che a volte obliterano la riflessione psicopatologica, per quanto riguarda sia il bambino che l'adulto. Gli autori hanno ragione a sottolineare le difficoltà che si incontrano quando si voglia tracciare un confine preciso tra normalità e patologia. In adolescenza, più che in ogni altra età, le gravità delle conseguenze pratiche delle condotte non è determinata solamente dall'organizzazione della personalità. Né il concetto di crisi è d'altra parte sufficiente a dirimere il problema. Una riflessione più approfondita sul concetto stesso di condotta è dunque necessaria. I fenomeni di marginalità sociale caratterizzano in parte lo statuto dell'adolescenza, almeno nella nostra società. L'oltranzismo di alcune condotte ne risulta così facilitato, in una misura che non è più proporzionale all'entità delle alterazioni del funzionamento mentale o delle relazioni familiari. La facilità del passaggio all'atto è un altro fattore che molti autori sottolineano. Ma ci si contenta troppo spesso di spiegare le cause sociali di tali marginalità e le ragioni psicologiche di questa tendenza al passaggio all'atto, senza cercare di descrivere la peculiarità di questo "agire" così specifico dell'adolescenza. Uno degli elementi di originalità di quest'opera è quello di condurre una riflessione approfondita, attraverso lo studio delle condotte patologiche, su queste peculiarità. Ne sono prova, in particolare, gli studi sulla pluralità dei modelli teorici, sull'equilibrio o lo squilibrio tra azione e mentalizzazione, sull'incastro delle strutture psicologiche. Queste sono alcune delle riflessioni che la lettura di quest'opera ispira. Il lettore potrà rendersi conto di come esse facciano eco alle molte considerazioni che in termini di analisi psicopatologica il libro contiene. Più in generale, una delle peculiarità dell'adolescenza, e si ricade qui in uno di quei luoghi comuni cui si faceva cenno, è costituita dal fatto che in pochi anni si rendono evidenti importanti cambiamenti delle modalità di funzionamento mentale. Il clinico conosce bene questa realtà ma fa fatica a verificarla nei fatti. E' raro infatti che si presenti l'opportunità di studiare questi processi di cambiamento nelle vesti di osservatori partecipi ma non direttamente impegnati. Il clinico viene il più delle volte consultato in un clima di crisi, è sollecitato a intervenire sotto il segno dell'urgenza e chiamato a prendere decisioni a breve termine. E' dunque indispensabile che, senza tirarsi indietro di fronte alle incombenze di ordine pratico, egli sappia misurare la portata delle sue decisioni e sappia inquadrarle in un contesto evolutivo che abbraccerà un certo numero di anni. Ricordare e illustrare la necessità di questa duplice direttiva di marcia: questo sembra essere stato il grande obiettivo di questo libro, quello perlomeno cui esso risponde nella maniera migliore. [Daniel Widlöcher]

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MERTON M. GILL

Psicoanalisi in transizione

Raffaello Cortina Editore

€ 16,90

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Freud, sì o no? La psicoanalisi è estinta, defunta, un grande bluff, così come pretendono i suoi principali detrattori, i filosofi della scienza Popper e Grumbaum, che non vi scorgono alcun metodo attendibile di indagine scientifica? Oppure la crisi della psicoanalisi è solo una modalità di transizione verso nuove e più evolute indagini dell’inconscio? L’esigenza sempreverde di ricerca interiore e di indagine dell’anima può ancora fidarsi dei postulati della prima psicologia freudiana, o il tempo e la volontà di rigore metodologico hanno definitivamente minato le pretese terapeutiche ed ermeneutiche, cioè di cura e di spiegazione, offerte dalla psicoanalisi? Attorno alla Clinica Menninger di Topeka, sotto la guida di Rapaport, si sono raccolti a partire dagli anni ’70 i principali autori revisionisti, non ostili, alla psicoanalisi. Rapaport, George Klein, Schafer, Holt. Psicoanalisi in transizione (1994) è l’ultimo libro di uno dei più quotati e equilibrati autori che sono usciti da quella palestra per poi proporre una rielaborazione personale della teoria psicoanalitica. Merton Gill è morto ad ottant’anni l’anno stesso della pubblicazione del libro in America. Il testo è la summa di una lunga attività di clinico e il testamento teorico del suo percorso di riformulazione dei concetti psicoanalitici in seguito all’avvicinamento alle posizioni costruttiviste dell’allievo Hoffman. Che cosa significa tutto questo? Qual è l’essenza della novità del passaggio da una psicologia classica mono-personale ad un moderna bi-personale? Perché la psicologia del deficit, di stampo relazionale, ha soppiantato quella freudiana, di tipo preferenzialmente conflittuale? Il libro rende semplici anche le risposte più complesse. Con uno stile limpido, minimalista e autoironico, tipico di chi è ormai giunto ad una piena maturazione dei concetti che vuole esporre. Il modello costruttivista offre lo stampo della revisione. Dove per “ermeneutica costruttivista” non si intende una posizione libertaria, in cui “tutto va bene”, indipendentemente dall’oggettività delle interpretazioni. Non è solo l’estetica della narrazione ad influenzare l’analisi. L’ermeneutica costruttivista è egualmente distante sia dalle certezze marmoree del positivismo che dal costruttivismo radicale, per cui non esiste alcuna realtà esterna. La psicoanalisi è costruttivista ed ermeneutica, così come tutte le altre branche della scienza, solo perché non può mai smettere di domandarsi se sta sbagliando.Le due principali conseguenze operative della posizione di Gill si hanno nella riformulazione del concetto di transfert, che cessa di essere una distorsione operata dall’analizzando riguardo alla situazione analitica, per diventare il vettore primo della relazione fra paziente e terapeuta. Il campo di incontro e di scoperta delle reciproche affettività. Così come già intuito in nuce, ma non sviluppato, dalla definizione di Unobjectionable Positive Transfert, Transfert Agevolante, da parte di Freud. La seconda conseguenza riguarda il concetto di neutralità. Molto si è scritto e dibattuto sulla bontà della traduzione del termine freudiano Indifferenz con quello di Strachey di astinenza. Certo è che fra le due estreme soluzioni: l’analista come specchio, chirurgo o cornetta del telefono che traduce i segnali elettrici del paziente in significanti, da una parte, e il “tutto fa brodo”, la collusione vischiosa fra paziente e analista, dall’altro, c’è la terza via costruttivista di Gill. In cui l’analista si fa pienamente carico di ciò che avviene fra lui e l’analizzando, cercando di rendersene consapevole al massimo grado. E’ proprio in questa ricerca di una consapevolezza relazionale, che giace la vera e profonda differenza fra il polo supportivo della psicoterapia e quello interpretativo della psicoanalisi. Gill distingue due gruppi di criteri distintivi fra psicoanalisi e psicoterapia: i criteri estrinseci e l’unico, reale, criterio intrinseco. I criteri estrinseci sono dati dalla frequenza delle sedute: non più certo 6 volte come durante l’analisi di Anna O., ma nemmeno le 5 volte a settimane praticate dal primo Freud. Il quale arrivò a considerare sufficienti 3 sedute settimanali. La durata della seduta: nella odierna pratica psicoanalitica si aggira intorno ai 45 minuti. Di contro ad una seduta di Lacan, che si vantava di poterne ridurre il tempo – mantenendone l’efficacia- a soli 5 minuti. L’uso del divano, che Freud introduce forse in ossequio al suo passato di ipnoterapeuta. Con l’intento dichiarato di limitare lo sviluppo del transfert del paziente, il quale non guarda in faccia il suo analista, e di migliorare l’accesso al processo primario della fantasia. La precisione nel pagamento delle parcelle, la durata del trattamento e il training formale del terapeuta, cioè le analisi didattiche che Freud raccomandava ai suoi colleghi analisti ogni 5 anni. Ebbene tutti questi criteri estrinseci, secondo Gill, non sono sufficienti a distinguere fra psicoterapia e terapia psicoanalitica, così come egli definisce l'allargamento della tecnica psicoanalitica al di là delle restrizioni formali. L’unico vero discrimine è l’analisi, quanto più approfondita possibile, del transfert. Cessata la fiducia meccanicistica di Freud di poter giungere, attraverso le libere associazioni e l’attenzione liberamente fluttuante, direttamente ai processi primari del paziente, l’odierna terapia psicoanalitica si deve servire delle due regole fondamentali con un atteggiamento più permissivo. Senza delegare dalla funzione mutativa dell’insight operata dall’interpretazione, che –ora, a differenza di prima- deve saper verificarsi all’interno di un contesto di contenimento per permettere la rielaborazione simbolica dei vissuti del paziente. Dove c’era l’uno, ora c’è il due. [Antonio Dorella]

 



 

 

 

 

 

 
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